Ogni missile iraniano è un colpo all’ordine capitalista

Come ampiamente prevedibile alla fine il conflitto tra il duo USA-Israele e l’ennesimo “stato canaglia”, l’Iran, è iniziato e si protrae ormai da oltre una settimana. Esattamente come nel giugno scorso l’azione militare comincia mentre le parti di fatto stanno ancora trattando1, a riprova che von Clausewitz aveva ragione quando diceva che la guerra non è altro che la continuazione della politica con altri mezzi.

La differenza con giugno è che questa volta Stati Uniti ed Israele non si accontenteranno di un colpo simbolico da poter rivendicare a favore di propaganda, come fu in quel caso per quello che Trump definì “annientamento” del programma nucleare iraniano, ma hanno come obiettivo il cambio di regime, opportunamente preparato dalle proteste dei mesi scorsi – con annesso coinvolgimento diretto del Mossad nel fomentarle. E infatti in questo caso nemmeno la risposta iraniana è stata simbolica, con una pioggia di attacchi con droni e missili ed il blocco totale dello stretto di Hormuz.

È abbastanza inutile – esattamente come per la causa Palestinese – appellarsi al diritto internazionale e alle sue violazioni da parte di Stati Uniti ed Israele: la storia insegna che l’unico vero diritto internazionale è la legge del più forte, che poi da vincitore scrive la storia ufficiale e giustifica, a posteriori, le sue azioni. Ovviamente avere la macchina della propaganda2 dalla propria parte, pronta a descrivere nel dettaglio i “terribili” attacchi iraniani e nascondere la brutalità dell’imperialismo, aiuta molto.

Ho già detto il mese scorso di come l’unica posizione corretta per i comunisti sia quella di schierarsi contro l’ennesima aggressione imperialista e in difesa dell’integrità territoriale e dell’indipendenza dell’Iran, e non credo serva approfondire ulteriormente.

Quello che è interessante è l’effetto che il contrattacco iraniano ha prodotto: missili e droni sono piovuti non solo su Israele, ma anche sugli stati del Golfo Persico che hanno concesso agli Stati Uniti l’utilizzo delle basi sul loro territorio e delle loro infrastrutture. Stati come Arabia Saudita, Bahrain, Qatar, Emirati Arabi Uniti, che grazie ad una ricchezza costruita sul petrolio e sulla schiavitù della manodopera, immigrata e non, si presentano come la destinazione ideale per ricchi occidentali, che siano turisti utili ad amplificare la loro immagine positiva o imprenditori in cerca di nuovi modi per fare profitti.

Questi paesi incarnano in loro tutte le contraddizioni del sistema capitalista, le stesse che viviamo nel centro imperialista, portandole all’estremo: un mondo fatto di abbondanza e lusso sfrenato per una elite di pochi, mentre la maggior parte delle persone paga con la propria miseria il prezzo di questa disuguaglianza sociale. Sono laboratori della società che il capitalismo vuole costruire: sorveglianza di massa, repressione, condizioni lavorative insostenibili, e proprio per questo non è un caso che siano paesi in buoni rapporti con Israele.

I missili e i droni iraniani che piovono su Dubai, su Riad, sul Bahrain, sul Qatar allora non sono solo la legittima difesa del popolo iraniano contro la guerra imperialista: sono missili e droni contro l’ordine costituito, contro una società sempre più disumana, sempre più pronta a sfruttare ed uccidere per garantire alla borghesia di poter continuare a vivere nella sua torre d’avorio. Ben vengano questi missili che infrangono l’immagine da copertina dell’ordine capitalista, e se per una volta a pagare il prezzo della guerra sarà la borghesia, tanto meglio.

  1. La trattativa è stata ovviamente un pretesto degli USA per prendere tempo e preparare l’operazione, ma ipotizziamo per assurdo che potesse effettivamente produrre un risultato concreto ↩︎
  2. Si veda la prima parte di questo articolo di Contropiano sullo “schema Gaza”: https://contropiano.org/news/internazionale-news/2026/03/08/lo-schema-gaza-negli-attacchi-alliran-0192764 ↩︎

I comunisti e il referendum sulla giustizia

Tra poco più di un mese si terrà il referendum per la conferma delle modifiche alla Costituzione sul tema della giustizia. Non ho intenzione di affrontare qui le specificità della riforma, per le quali rimando ad articoli ad hoc, quanto invece dare delle coordinate politiche rispetto alla posta in gioco.

Premessa necessaria: chi scrive è tutto fuorché un amante della democrazia rappresentativa, motivo per cui ho sempre annullato la scheda senza troppi pensieri; diverso è il caso dei referendum, che pur nella loro forma lacunosa rappresentano un vero esperimento di democrazia diretta, e per questo ritengo importante in questi casi andare a votare sempre, che sia per un sì o per un no.

Dopo aver letto la sostanza della riforma però la prima reazione rispetto a questo referendum è stata di indifferenza: si parla di magistratura sottomessa all’esecutivo, di fine dell’indipendenza del potere giudiziario, di minaccia alla democrazia.

Quello che sfugge è però un particolare decisamente non irrilevante: la Costituzione, da sempre, è un punto di equilibrio tra poteri; nel momento in cui è stata scritta rappresentava l’equilibrio interno alle varie anime della Resistenza e i loro settori sociali di riferimento (borghesia per la DC, classe operaia per il PCI, e via così), e verso l’esterno l’equilibrio nei confronti degli occupanti angloamericani (un anno dopo l’entrata in vigore della Costituzione l’Italia entrava nella NATO). Tutte le modifiche successive alla Costituzione non sono mai state il volano di un cambiamento, ma la ratifica nero su bianco di un mutato equilibrio tra le parti. E questa riforma non fa eccezione: la magistratura, che applica le leggi votate dal parlamento, è di fatto già sottomessa all’esecutivo se le leggi passano a colpi di decreti e fiducie, senza che le camere possano modificare alcunché del testo; il potere giudiziario già oggi ha un’indipendenza formale ma non sostanziale per quanto riguarda l’amministrazione della giustizia, basta vedere a come le indagini che colpiscono la politica siano sempre meno e sempre “in ritardo”, quando l’influenza o il potere di certe figure è già nel passato; la democrazia borghese è morta già da un bel pezzo, sostituita da uno stato d’eccezione fatto di misure d’emergenza sempre più soffocanti e da un livello di repressione ormai non più limitato soltanto alle solite categorie da colpevolizzare (che comunque subiscono più degli altri: ultras, antagonisti, “maranza”…).

È vero che in generale alla magistratura questa riforma non piace1, ma non perché questa sia un qualche baluardo di democrazia contro il fascismo che avanza. La funzione dello Stato è sempre e solo quella di tutelare la borghesia ed i suoi profitti, e il ramo giudiziario non fa eccezione, come già detto prima. L’avversione dei magistrati per la riforma è semplicemente da attribuire al fatto che nessun organo dello Stato rinuncia volentieri al proprio potere, alla propria libertà di distribuire incarichi e prebende varie a chi ha le connessioni giuste all’interno di quel centro di potere. E davanti a questa riforma la magistratura fa valere tutto il suo peso politico per provare a salvaguardare questo suo potere.

D’altra parte è ovvio che la spinta del governo ad attuare questa riforma è il riflesso di un processo molto lineare: se il fascismo è uno strumento del capitale per gestire le crisi, una delle caratteristiche principali del fascismo è proprio la sua torsione dello Stato in senso autoritario, il che significa accentramento del potere nelle mani dell’esecutivo a spese degli altri due rami tradizionali della democrazia borghese; il parlamento è stato esautorato ormai da anni da una legislazione fatta sempre più di decreti urgenti, per la giustizia la resa dei conti arriva ora. E non c’è da stupirsi dei tempi ristretti con cui è stato convocato il referendum: con la guerra alle porte la partita va chiusa in fretta per passare quanto prima alla fase successiva, quella della pacificazione incontrastata del fronte interno.

Chiunque si sia trovato a subire un processo a causa della sua militanza politica non può non essere consapevole di come questo scontro sulla riforma abbia a che fare con la distribuzione del potere e non con la giustizia, ancorché borghese: ad oggi anche le azioni più innocenti prevedono capi di accusa totalmente sproporzionati, con misure cautelari durissime, mentre politici e borghesia stanno tranquillamente a piede libero, tranne che in casi veramente eccezionali. Sicuramente con questa riforma mutano non più solo nella forma ma anche nella sostanza gli equilibri interni agli apparati dello Stato.

Ma se nei fatti i militanti comunisti – e quelli rivoluzionari in generale – pagano già il prezzo di una magistratura asservita al potere, e se dello Stato democratico borghese non ce ne importa nulla, perché preoccuparsi di votare?

La risposta è semplice: è vero, la riforma mette nero su bianco un nuovo equilibrio, ma quel nuovo equilibrio è instabile tanto quanto il precedente. La necessità del capitale di gestire la sua crisi attraverso strumenti sempre più autoritari ed un sempre maggiore concentramento di potere fa intravedere già oggi quale sarà il prossimo passaggio: la riforma cosiddetta del “premierato”, già annunciata più volte come vero obiettivo dei fascisti di governo. È chiaro come questa riforma della giustizia serva in questo senso anche come un test: a seconda di come andrà il referendum c’è da aspettarsi che il governo rimoduli l’intensità della spinta verso il premierato.

Come comunisti, il nostro obiettivo è quello di distruggere la democrazia borghese ed instaurare la dittatura del proletariato, ma per farlo è necessario sfruttare ogni centimetro di agibilità che lo Stato ci consente: per questo motivo è necessario andare a votare convintamente NO, consapevoli del fatto che qualunque sarà l’esito alle urne occorrerà riprendere dal giorno dopo il cammino per la costruzione dell’alternativa rivoluzionaria.

  1. Oltre al link citato, si può consultare con una opportuna ricerca anche https://www.giustiziainsieme.it/ ↩︎

Lenin, l’imperialismo e l’autodeterminazione dei popoli

Negli ultimi due mesi il numero di scenari attivi di quella che viene da diverse parti definita “guerra mondiale a pezzi” è aumentato in modo considerevole: se fino ad un paio di mesi fa infatti questa definizione veniva utilizzata per legare insieme il conflitto in Ucraina e il genocidio perpetrato da Israele a Gaza, il numero di teatri ad oggi si è allargato come minimo all’intero medio oriente (Siria, Iran e non solo), al sud America (Venezuela e Cuba) e sotto traccia anche in Africa (Sahel, Somalia), con una linea di frattura aperta in seno alla NATO sulla questione Groenlandia, che per ora sembra riassorbita, ma con Trump potrebbe anche riaprirsi settimana prossima. In questo marasma sono emerse come al solito le posizioni – dannose – di chi pretende di giudicare i fatti secondo schemi predeterminati, senza cogliere le complessità proprie di ogni situazione. Per fare un esempio, l’intera sinistra socialdemocratica che si schiera con le rivolte di piazza in Iran tracciando un parallelo con il genocidio e l’apartheid perpetrati sul popolo Palestinese in nome della loro versione di “autodeterminazione dei popoli”, che evidente possono autodeterminarsi, per loro, solo quando vogliono diventare vassalli dell’occidente o quando accettano di farsi massacrare senza fare troppo rumore.

Schiacciati da una parte dalla socialdemocrazia, dall’altra dal rossobrunismo, cerchiamo allora di fare un po’ di chiarezza sulla situazione.

Perché è sbagliato parlare di guerra mondiale a pezzi

Nell’introduzione a questo articolo si è detto di come i conflitti regionali in corso nel mondo vengano visti in alcuni ambienti della sinistra rivoluzionaria come una guerra mondiale a pezzi.

Questa definizione è, a mio modo di vedere, completamente sbagliata per due motivi:

  1. guardando ai due conflitti mondiali fin qui combattuti, la caratteristica comune è che hanno coinvolto direttamente tutte le maggiori potenze economiche e militari dell’epoca, che sono arrivate allo scontro frontale. Ad oggi non solo questi conflitti vengono combattuti perlopiù mediante proxy – e l’Ucraina di questo è l’evidenza più lampante – senza che le truppe delle varie potenze si affrontino sul campo, ma vedono anche l’assenza totale o quasi di coinvolgimento da parte di India e Cina, la prima sicuramente una potenza economica e demografica, la seconda anche militare.1
  2. parlare di guerra mondiale a pezzi è deleterio anche da un punto di vista comunicativo-psicologico: rende l’escalation inevitabile e genera un sentimento di rassegnazione tra le classi lavoratrici, contribuendo ad ostacolarne l’organizzazione e la volontà di impedire che la guerra porti anche qui distruzione, miseria e morte.

Sul primo punto è bene anche evidenziare come bisogna augurarsi di non arrivare mai allo scontro frontale tra potenze sul campo: nell’unico precedente – la guerra di Corea – si evitò l’olocausto nucleare di poco, e questa volta la posta in gioco è troppo alta per poter pensare che non si arrivi alla resa dei conti anche con l’impiego delle atomiche, con conseguenze ovvie.

Ritornare a Lenin

Ma se non è una guerra mondiale a pezzi, cosa ci troviamo davanti? La risposta, come sempre, sta nell’utilizzo della cassetta degli attrezzi del marxismo-leninismo, in particolare negli scritti di Lenin degli anni precedenti alla rivoluzione d’Ottobre2, un momento storico per certi versi simile a quello che ci troviamo a vivere: il capitalismo occidentale si trova ad un punto di non ritorno in cui, dopo aver garantito il mantenimento del saggio di profitto attraverso la finanziarizzazione sistematica dell’economia e il concentramento di capitali nel suo cuore finanziario – Wall Street – non è più in grado di garantire il livello di accumulazione della ricchezza richiesto dalla borghesia3.

Come ad inizio ‘900, la soluzione è quella di accaparrarsi nuovi mercati e nuove risorse da sfruttare attraverso la guerra, che assolve ad una duplice funzione: da una parte il settore militare nasce con il preciso scopo di distruggere, alimentando dunque l’industria (la gara ad accaparrarsi i contratti per la ricostruzione dell’Ucraina è solo una piccola dimostrazione), dall’altro la guerra permette la conquista di nuovi territori – e mercati – al controllo dell’imperialismo occidentale.

I conflitti in corso nei vari teatri sono quindi da interpretare come guerre predatorie di stampo colonialista, simili a quelle che tra fine ‘800 ed inizio ‘900 sono state preludio della prima guerra mondiale4. L’obiettivo è imporre il dominio dell’imperialismo occidentale su tutti i popoli e portare ovunque il suo modello di sfruttamento capitalista sotto il pretesto della “democrazia” e della “libertà”.

Marxismo orientale e marxismo occidentale

Davanti a tutto questo è evidente come, da comunisti che vivono nel centro imperialista, non possiamo cadere nelle trappole ideologiche in cui cercano di trascinarci i partiti della sinistra borghese, che utilizzano strumentalmente concetti propri del marxismo come quello di “autodeterminazione dei popoli”: certo, l’esperienza della rivoluzione Bolivariana è ben lontana dall’essere perfetta, ma ha comunque redistribuito le ricchezze del Venezuela a tutta la popolazione, contribuendo soprattutto ad emancipare gli indios, relegati in fondo alla scala sociale fin dall’arrivo degli spagnoli nel ‘500; ovvio, una Repubblica islamica non è una forma di Stato compatibile con la pratica comunista, ma per le forze comuniste e rivoluzionarie iraniane è molto più facile combattere solo contro il proprio governo che doverlo fare contro l’intero sistema imperialista occidentale, come sappiamo bene in Italia, il paese di Gladio e delle bombe fasciste.

I punti nevralgici dei conflitti odierni sono sempre in quei paesi che, ognuno con le proprie peculiarità, si sono liberati del dominio coloniale o lottano per farlo: per questo l’imperialismo occidentale cerca di riportarli sotto il proprio giogo, e per questo la chiave di lettura da usare è quella che lega marxismo e anticolonialismo/antimperialismo.

Nel suo meraviglioso libro del 2017, Il marxismo occidentale5, Domenico Losurdo evidenzia come già dalla prima guerra mondiale, ma a maggior ragione nel mondo ereditato al termine della seconda, si sia determinato uno sviluppo completamente diverso tra il marxismo occidentale, proprio del centro imperialista, e quello orientale. Secondo Losurdo il marxismo orientale si sviluppa in contesti dominati dal centro imperialista in cui la lotta di classe deve necessariamente viaggiare su un binario parallelo alla lotta di liberazione coloniale – dal dominio diretto di una nazione occidentale o da un governo fantoccio è irrilevante – e una non può esistere senza l’altra. In altre parole è essenzialmente antimperialista perché caratterizza la dominazione coloniale come prodotto del capitalismo, e quindi dell’imperialismo come sua fase suprema. In altre parole, il marxismo orientale si sviluppa in perfetta continuità con l’analisi marxista-leninista, mantenendo vivo quello che possiamo chiamare lo spirito dell’Ottobre.

Al contrario il marxismo occidentale non coglie l’importanza del nesso tra lotta coloniale di liberazione e lotta di classe, imprigionandosi in una lettura a metà tra l’ingenuo e il limitato di quale debba essere il ruolo dello Stato e, non comprendendo le necessità materiali dei popoli ex colonizzati, ne condanna le scelte, rinchiudendosi in una torre d’avorio di attesa messianica della rivoluzione. E nulla è più lontano da Marx del credere in qualcosa di predeterminato, completamente puro, per il quale basta avere fede e le cose accadranno da sole.

In altre parole, è vero che il futuro appartiene al socialismo, ma quel futuro bisogna conquistarselo, non verrà dato dall’alto e nemmeno dalle urne, come purtroppo ha argomentato tanto marxismo occidentale6.

Da questo marxismo occidentale, e dal suo sostanziale fallimento hanno origine sia la sconfitta delle esperienze di lotta armata – ricordiamo il ruolo infame del PCI nel reprimere, schedare, collaborare con lo Stato – sia lo scollamento progressivo tra la “sinistra” e la classe operaia, fino ad arrivare ad un oggi in cui di fatto gli eredi dei partiti comunisti, oggi definibili socialdemocratici – se si vuole essere generosi – sono il partito della buona borghesia delle grandi città e di pochi illusi che ancora abboccano all’amo dei diritti civili7 che questi partiti usano per ottenere voti utili a portare avanti programmi di oppressione delle classi subalterne. Le posizioni che, con i loro distinguo e le loro differenze, condannano le lotte di liberazione anticoloniali ed antimperialiste – rossobruni, trockisti, socialdemocratici che siano – sono in estrema sintesi tutte figlie del fallimento del marxismo occidentale.

L’autodeterminazione dei popoli

Appurato che i conflitti – di diverso grado di intensità – attualmente in corso nel mondo sono guerre di tipo predatorio e coloniale da parte dell’imperialismo occidentale, e avendo dimostrato come un approccio coerente con l’analisi marxista-leninista non può prescindere dall’identificare la lotta di liberazione nazionale dal colonialismo e dall’imperialismo come parte integrante della lotta per l’emancipazione della classe operaia, diventa naturale affermare che da comunisti la nostra posizione è quella di rifiutare ogni ingerenza occientale, ovunque sia nel mondo, e denunciarla come un intervento imperialista volto ad esportare non democrazia ma sfruttamento, a non portare nessuna libertà se non quella di scegliere il proprio padrone – e nemmeno sempre.

Rivendicare l’autodeterminazione dei popoli come elemento centrale dell’analisi marxista-leninista, impedire che questo concetto sia rubato e mistificato dalla sinistra neoliberale, significa difendere l’integrità territoriale di quelle nazioni finite nel mirino dell’imperialismo occidentale prima di qualsiasi analisi concreta su quale sia la forma di governo, quale la condizione delle classi subalterne, e via discorrendo.

Sarà poi compito dei comunisti sviluppare la coscienza di classe nel loro contesto specifico per portare avanti la lotta rivoluzionaria.

Non stupisce quindi la posizione dei comunisti iraniani contro i tentativi di destabilizzazione portati avanti da USA e Israele nel corso di gennaio, quella del PCV contro il rapimento del presidente Maduro o, andando più indietro, la posizione dei comunisti siriani in difesa di Assad e dell’integrità territoriale della Siria contro le ingerenze statunitensi, turche e sioniste.

La Siria come monito

Proprio la Siria deve servire da monito a tanti “rivoluzionari” di casa nostra, imbevuti di marxismo occidentale: ovviamente con il senno di poi è facile parlare, ma oggi risulta evidente quello che in tanti sostenevamo anni fa, ovvero che in un momento in cui la Siria si trovava sotto l’attacco simultaneo di più attori – ISIS, Turchia, Israele – sostenere e difendere l’esperienza del Rojava, a metà tra il separatismo e l’autonomia, è stato un errore politico.

Non è ovviamente obiettivo di questo testo analizzare la questione curda nella sua interezza, ed è necessario evidenziare come la stessa questione curda nasca come prodotto dell’imperialismo occidentale a causa di confini tracciati su una mappa da potenze coloniali che poco o nulla conoscevano di quei luoghi oltre alle risorse naturali che contenevano e contengono. Bisogna altresì riconoscere la bontà del lavoro fatto per decenni dal PKK nel costruire consenso tra la popolazione e nel portare avanti una lotta armata contro le varie entità statali per costruire finalmente la nazione curda; in questo senso la lotta del PKK è identificabile come lotta anticoloniale e da sostenere.

L’abbandono da parte di Ocalan del marxismo-leninismo in favore del confederalismo democratico, a metà anni 2000, è all’origine dell’esperienza del Rojava e ne costituisce il fondamento problematico: la teorizzazione di una democrazia senza stato, come la definisce Ocalan, si inscrive in quella tradizione del marxismo occidentale che vede in modo messianico la caduta del sistema capitalistico, trascurando i problemi cardine delle nazioni sottosviluppate, che oltre alla questione della presa del potere devono necessariamente porsi anche quello dello sviluppo delle forze produttive per sfuggire allo sviluppo ineguale, come lo chiama Samir Amin.

Era irrealistico pensare che una struttura come quella del confederalismo democratico potesse efficacemente raggiungere il duplice obiettivo di emancipare le classi subalterne e permettere lo sviluppo delle forze produttive – a maggior ragione in un contesto emergenziale come quello degli anni ’10 in Siria – e così puntualmente è stato: schiacciati tra ISIS, Turchia e governo Siriano, i curdi si sono ritrovati ad essere vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro, rifugiandosi sotto la protezione degli Stati Uniti e cadendo di conseguenza nuovamente sotto quel dominio coloniale da cui così disperatamente cercavano di fuggire.

Nel farlo hanno indebolito fatalmente il governo Assad il quale, senza le entrate del petrolio e con il supporto russo andato a calare dopo l’inizio del conflitto in Ucraina, è stato deposto a fine 2024 dai terroristi islamici ex Al-Qaeda di HTS.

Come beffa finale, una volta che la nuova amministrazione della Siria si è dimostrata disponibile a collaborare con l’occidente rendendo la Siria una colonia obbediente, i curdi si sono ritrovati senza più supporto e sono ora sotto attacco, con l’esperienza autonomista avviata probabilmente verso la sua conclusione.

Nella questione Siriana, la posizione di chi – imbevuto di marxismo occidentale – ha sostenuto il confederalismo democratico attratto dalla sua natura messianica fatta di democrazia dal basso e fine dello Stato ha finito con l’essere complice di quella balcanizzazione del Medio Oriente che serve solo gli interessi di Turchia, USA e Israele, in grado diverso tutti azionisti dell’imperialismo occidentale.

Comunismo è antimperialismo, comunismo è anticolonialismo

In conclusione, ovunque il centro imperialista vada a colpire, la posizione dei comunisti è quella di opporsi al saccheggio, allo sfruttamento ed alla morte che l’imperialismo semina nel mondo. Siamo solidali quindi con le popolazioni del Venezuela, della Palestina, dell’Iran, dello Yemen, con gli Inuit per i quali l’unica opzione sembra essere poter scegliere sotto quale giogo coloniale vivere, se gli USA o la Danimarca. Sosteniamo le lotte per liberarsi dell’oppressione coloniale e sosteniamo la lotta dei comunisti ovunque nel mondo per spezzare le catene del proletariato e distruggere il mostro capitalista.

Viva la lotta dei popoli! Viva il comunismo! Morte all’imperialismo!

  1. E in via di rafforzamento ↩︎
  2. Scritti che avranno poi la loro sublimazione ne “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo” ↩︎
  3. O in altre parole, la caduta tendenziale del saggio di profitto è troppo veloce ↩︎
  4. Per citarne solo qualcuna, le guerre dell’oppio, la guerra di Crimea, la disatrosa avventura italiana in Etiopia o il conflitto russo-giapponese del 1904-1905, peraltro causa scatenante della rivoluzione del 1905 ↩︎
  5. Domenico Losurdo, “Il marxismo occidentale. Come nacque, come morì, come può rinascere”, 2017 ↩︎
  6. La svolta “eurocomunista” di PCI, PCF e compagnia è di fatto l’anello di congiunzione tra i partiti comunisti e la “sinistra” neoliberale di oggi ↩︎
  7. La critica non è rivolta, ovviamente, ai diritti civili in quanto tali, ma a come questi siano stati introiettati dal sistema capitalistico all’interno del “gioco delle parti” dei partiti, svuotandoli del loro significato sociale e di classe e diventando di fatto l’unica differenza tangibile a livello di politiche tra destra e sinistra istituzionali. ↩︎

Al di là dell’antifascismo politico

Una breve nota introduttiva

Il testo che segue è una traduzione di un articolo apparso originariamente in tedesco a luglio 2024 e in inglese a novembre 2024 su http://inferno.noblogs.org. Personalmente, ne sono venuto a conoscenza dalla traduzione francese, che è di giugno 2025, motivo per cui questa traduzione arriva a oltre un anno e mezzo dalla pubblicazione del testo originale.

Ho deciso di tradurre questo testo, nonostante diversi passaggi mi trovino in totale disaccordo, per due motivi: il primo è che non mi risulta esista, ad oggi, una traduzione in italiano di questo documento; il secondo è che più le idee circolano e più questo è utile al dibattito necessario per ricostruire un’alternativa di classe e rivoluzionaria.

Sul metodo: non parlando tedesco la traduzione l’ho fatta dal testo in inglese; ho cercato di limitare al massimo annotazioni personali, ma quelle che ci sono si trovano nelle note a pié di pagina insieme a quelle del testo originale. Per evitare confusione, le mie annotazioni sono in corsivo.

Da qualche parte
Gavroche

Il futuro del fascismo e la totalità capitalista

Partiamo dall’ovvio: la violenza brutale dei gruppi fascisti minaccia ed uccide persone, a prescindere dalle aspirazioni o da quanto siano isolati questi gruppi. Fino a quando questa sarà una realtà, è necessario un antifascismo militante per fermarli. Questa necessità rende ancora più tragico il modo in cui la repressione statale in Germania è stata in grado di attaccare ed in alcuni casi di smantellare strutture antifasciste non ostacolate in anni recenti. A parte la solita dichiarazione di solidarietà, ci sono state poche reazioni, e di certo nessun riferimento strategico all’antifascismo militante. La mobilitazione lunga mesi verso il giorno X della sentenza nel processo Antifa Ost si è rivelata un fiasco, qualcosa che sfortunatamente nemmeno i piccoli scontri serali di quel weekend possono nascondere. Ma anche prima che potesse iniziare una riflessione sulla loro stessa incapacità di agire, si è compiuta una transizione senza sforzi dalla militanza annunciata al vittimismo davanti al cordone di polizia.

Il contrasto tra la solitudine degli antifascisti arrestati e le proteste di massa del “Siamo di più” non avrebbe potuto essere maggiore. Anche se le seconde sono dovute prevalentemente ad una paura virale e liberal-borghese davanti all’ascesa di AfD, è stato d’impatto vedere come gruppi che si definiscono di sinistra radicale e antifascisti siano stati in grado di integrarsi nella mobilitazione senza problemi e senza grandi dibattiti. In effetti l’alleanza molto larga che si è creata spontaneamente in questo caso, fino ad includere elementi del governo, corrisponde alla visione strategica del movimento antifascista fin dall’autoscioglimento dei vecchi gruppi Antifa un decennio fa. Come abbiamo poi visto questa strategia non è stata in grado né di impedire l’ascesa di AfD né lo spostamento razzista vero destra portato avanti dai partiti borghesi senza il coinvolgimento di AfD. Anche al culmine delle proteste contro AfD ad inizio 2024, la stretta razzista della legislazione è stata votata senza alcun imbarazzo della sinistra di governo o di movimento unite in solidarietà. Le mobilitazioni di campo largo continuano dunque ad essere una strada senza uscita.

Questo si è visto anche durante il civile e semiobbediente blocco contro la conferenza di AfD ad Essen (città della Germania occidentale), in cui gli slogan della mobilitazione corrispondevano alla lettera agli sforzi di dieci anni prima contro le conferenze di AfD a Colonia ed Hanover, quasi come se Facebook avesse ricordato a qualcuno del suo selfie alla manifestazione. Di conseguenza tutto questo si è riflesso sulla protesta in sé. L’alleanza di protesta dei “Wiedersetzen”1 si è lodata dichiarando “abbiamo detto ciò che avremmo fatto e lo abbiamo fatto”. Il consenso sull’azione definisce le manifestazioni a priori, perché durante lo svolgimento non si verifichi niente di imprevisto. Il bisogno di controllo da parte dei gestori del movimento segue la stessa logica del lavoro di polizia predittiva in corso di sviluppo. Niente deve disturbare la messa in scena dello spettacolo, che viene sempre presentato come un successo a posteriori tramite un lavoro di pubbliche relazioni verso l’esterno e di invocazione patetica verso l’interno. Lo spettacolo stesso d’altronde non vuole disturbare nulla, salvo un po’ l’AfD. Ma di ceto non la normalità razzista, anch’essa rappresentata alle manifestazioni di Essen da figure come quella del sindaco in quota CDU e di rappresentanti delle aziende, i quali vedono AfD più che altro come un rischio economico per la città.

Nessuna riforma del CEAS2 che esternalizza le procedure di asilo in campi fuori dai confini dell’UE, nessuna “legge di miglioramento dei rimpatri” che priva le persone dei loro diritti per favorire deportazioni di massa, nessuna carta per i pagamenti che ha lo scopo di rendere le vite dei rifugiati più difficili fino alla disperazione cambieranno il fatto che coloro che votano e mettono in pratica queste leggi verranno ancora una volta ben accolti al prossimo presidio per bloccare AfD. Questo vuole dire che coloro che non vogliono le deportazioni continueranno a scendere in strada con coloro che ne vogliono di più, per protestare contro chi ne vuole ancora in maggior numero. Per quanto sia assurda questa situazione, continuerà a stabilizzarsi perché stabilizza tutte le parti coinvolte.

Il buono, il brutto, e il male minore

AfD può continuare a presentarsi come lo sfavorito in una battaglia culturale contro un’alleanza onnipotente della società civile e del governo che si sposterebbe verso sinistra3. Questo è reso ancora più facile dalla costellazione di “neoliberalismo progressista” che si può osservare anche a livello internazionale. L’accoglimento di istanze di riconoscimento culturale, insieme all’adozione di linguaggi propri dei movimenti di sinistra e femministi e a concessioni simboliche sono le tecniche con cui i governi si presentano come progressisti. E i movimenti di sinistra non riescono a pensare a qualcosa che non sia il diventare guardiani di queste tecniche governative.4

Nonostante tutto, questa costellazione e la sua facciata di progressismo sociale, moralità e democrazia – centrali nell’immagine dei Verdi – hanno sofferto a causa dell’inasprimento delle politiche di asilo e migratorie. Una società civile progressista ed attiva ha un ruolo importante nel fare da pilastro dell’egemonia politica e da mediatrice delle politiche governative verso la popolazione. La crisi nella società civile è collegata al fatto che i Verdi, un tempo suoi alleati, ora sostengono politiche contro le quali in passato ci sono state proteste da parte della società civile. Allo stesso tempo, la società civile progressista è necessaria per il progetto futuro di modernizzazione ecologica del capitalismo. Le mobilitazioni contro AfD riuniscono nuovamente insieme governo e società civile sulla base propria del neoliberalismo progressista: un antirazzismo simbolico e svuotato di ogni contenuto, utile a celare e infine a legittimare delle vere politiche razziste.

La sensazione di fare finalmente parte, dopo anni di stagnazione, di un movimento dinamico è una tentazione troppo grande per la sinistra radicale della società civile per potervi resistere. La risparmia inoltre dall’amara riflessione che la loro strategia verso AfD ha fallito, ricoprendo piuttosto un ruolo specifico nello slittamento verso destra della borghesia. Un esempio di tutto questo è una citazione del portavoce di una alleanza antifascista nei giorni precedenti ad una delle più grandi manifestazioni contro AfD: “Non dovremmo più occuparci di chi ha commesso quali errori e ha reso AfD così forte”. Ciò che conta ora è che la società difenda i suoi principi fondamentali e la democrazia. E riguardo la mobilitazione contro la conferenza di partito di AfD un portavoce della Sinistra Interventista (organizzazione tedesca della cosiddetta sinistra radicale) ha spiegato: “Ad Essen difendiamo la società dei molti, ed i suoi risultati sui diritti femministi, antirazzisti e climatici”. Più vengono dipinti a tinte scure i colori di un futuro con un possibile governo AfD, più sembrano rosee le condizioni attuali. Il fatto che la sinistra, con questo comportamento, non solo si scusi per i suoi fallimenti, ma anche per le politiche dei governi borghesi, è il prezzo che è disposta a pagare per poter formare alleanze.

Mai più

Sia l’interesse ad assolversi dalle proprie colpe, sia il desiderio incondizionato per politiche di campo largo sono legate ad una specifica visione della storia e del tempo da parte della sinistra. L’AfD appare come una ripetizione storica dell’NSDAP. Citazioni di Bertolt Brecht e di Erich Kästner vengono usate dappertutto come un avvertimento contro l’avvento del fascismo. “Mai più è ora” è lo slogan centrale della mobilitazione in molti luoghi. Secondo la tradizione e la memoria, si racconta che furono i prigionieri dei campi di concentramento, una volta liberati, a gridare “mai più” alla cerimonia commemorativa di Buchenwald di aprile 1945, dove fu scritto il “Giuramento di Buchenwald”, che dice: “Smetteremo di lottare solo quando l’ultima persona colpevole si troverà davanti ai giudici di popoli e nazioni. Il nostro slogan è la distruzione del nazismo e delle sue radici. Il nostro obiettivo è la costruzione di un nuovo mondo di pace e libertà. Lo dobbiamo ai nostri compagni uccisi ed alle loro famiglie.” È prima di tutto per coloro che sono stati assassinati in passato che bisogna agire, non per coloro che sono minacciati dal futuro. Solo la distruzione del nazismo e delle sue radici (!) può fare giustizia ai caduti ed allo stesso tempo rompere il circolo vizioso della storia che produce il fascismo e ne rende possibile la ripetizione. La difesa della democrazia esistente come un male minore di fronte all’incombente fascismo di AfD esprime una visione completamente diversa della storia. L’unica possibilità di un futuro buono risiede nel perpetuarsi del presente borghese. “Mai più è ora” – per sempre. Il perpetuarsi di una società basata sullo sfruttamento globale ed il colonialismo, che produce costantemente nuove guerre e campi, la sofferenza di coloro che muoiono di fame, annegati, emarginati e razzializzati all’interno di questa società e a causa di essa, sembra essere un prezzo accettabile per evitare il futuro.

Gli anni Trenta sono davanti a noi

Questo titolo potrebbe essere quello di un articolo odierno o di un volantino antifa, ma è invece il titolo di un seminario del filoso francese Gérard Granel del 1989. Granel considerava la provocazione contenuta nel titolo così ovvia da non aver paura di essere travisato:

Certamente non sto dicendo che i fenomeni storici di fascismo, nazismo e stalinismo sono solo apparentemente scomparsi e stanno invece aspettando dietro le quinte del futuro, in attesa di tornare e trascinarci tutti con loro. Qui non si tratta di un ‘ritorno del reale’ – un’idea che, coincidentalmente, è sempre sbagliata se vogliamo pensare alla storia, e ancora di più se la dimensione storica in oggetto è quella del futuro. Il futuro non ha forma. Perciò relazionarcisi non dovrebbe mai essere pensato come un tentativo di predire ‘cosa ci succederà’.”5

Granel è preoccupato da qualcos’altro, ovvero l’avvicinarsi all’essenza della modernità attraverso la comprensione della possibilità, secondo la quale la possibilità (possibilitas) è la stessa cosa dell’essenza (essentia). L’esistenza possiede diverse “modalità di esistere”. Granel vede l’essenza della modernità borghese nella combinazione di lavoro, riccheza ed infinito, nella forma di produzione illimitata. Una volta stabilito, il principio della logica del profitto genera una dissoluzione dei confini6 che sottomette ogni area del mondo a questa logica. Il denaro si deve moltiplicare in ancora più denaro attraverso la merce; per farlo è necessario aprire costantemente nuovi campi e mercificarli. Granel parla della “crescente colonizzazione di ogni area del mondo interiore mediante la ‘totalizzazione dell’infinito’ che guida la nostra storia (e tutte le nostre storie)”7. Al di là della sfera della produzione commerciale, non ci può nemmeno essere una realtà in politica, arte, istruzione o religione che non debba obbedire ad una logica commerciale.

Ma dal momento che la natura astratta ed infinita di questa logica, che ora opera in ogni attività umana come il suo ‘lato commerciale’, non ha nulla a che fare con le proprietà interiori ed i bisogni essenziali delle sfere d’azione che ho elencato, succederebbe ciò che Aristotele aveva già capito sarebbe inevitabilmente accaduto se una sola goccia di infinito fosse stata aggiunta ad un qualcosa di finito: la sparizione del finito mediante una furiosa delimitazione.”8

Nel contesto storico della Repubblica di Weimar, Granel vede un chiaro bisogno di totalità proveniente da due movimenti. In prima battuta il movimento della totalità della produzione, dell’intensificazione dell’impiego di forza lavoro, dell’inseguimento alla modernizzazione fordista la quale, se paragonata a Francia, Gran Bretagna e USA, non ha avuto una mediazione normativa che avrebbe permesso alla classe lavoratrice di “combattere e processare simultaneamente una così rapida accelerazione della produzione infinita”9. In seconda battuta, il bisogno di mantenere tutto sotto controllo davanti alla rapida dissoluzione dei confini, e questo nel contesto di una costruzione politica della Repubblica di Weimar, nella quale segmenti eterogenei della popolazione si sono trovati spinti senza essere tenuti insieme da una alleanza politica cresciuta storicamente, un immaginario funzionante, come Granel descrive la totalità politica dello Stato. Questa è la ragione “per cui la mancanza di unità diede vita già prima della crisi del 1929 al desiderio di uniformità sociale e leadership politica per elevare la Germania al suo più alto livello di produzione e modernità tecnologica e renderla finalmente una nazione forte nella storia”10.

Granel sottolinea che “solo alcune delle configurazioni che hanno causato la prima esplosione del mondo negli anni ’30 in alcuni dei suoi punti deboli”11 sono trasferibili al giorno d’oggi. Una differenza decisiva potrebbe essere dovuta al fatto che la pesante caduta del saggio di profitto negli anni intorno alla crisi economica del 1929 conteneva le possibilità della sua controtendenza: la distruzione produttiva causata da crisi e guerre, l’integrazione del Sud Globale in forma imperialista e decoloniale all’interno dei mercati globali, la proletarizzazione della popolazione, l’arruolamento delle donne nella produzione attraverso l’uguaglianza borghese, gli aumenti di produttività tramite innovazioni scientifiche e tecnologiche e attraverso una intensificazione dello sfruttamento della forza lavoro12.

Quando la crescita economica si è esaurita la conseguente crisi dei profitti degli anni ’70 è stata superata dal neoliberalismo, a conseguenza del quale la produzione industriale ha visto un declino. In compenso la finanziarizzazione e la rivoluzione della logistica hanno portato al dominio del settore della circolazione come sfera egemone dell’accumulazione capitalista, come scrive Joshua Clover13. Con la dissoluzione del compromesso di classe politico-economico proprio del fordismo, il neoliberalismo ha smantellato simultaneamente le organizzazioni di massa e il concetto di pianificazione sociale in tutti i campi dall’architettura alla pianificazione urbana, dalla gestione dei media alla sanità pubblica e l’igiene sociale fino all’ambito familiare. Questo è anche il terreno del fascismo storico, e semplicemente non può essere ricostruito.14

Fine della corsa

Oggi sta diventando sempre più chiaro che anche il ciclo di innovazione neoliberale si è esaurito e che le sue crisi vengono solo posticipate, al costo di bolle finanziarie ancora più grandi e di piani di salvataggio statali. Il bisogno intrinseco da parte del capitale di una rapida dissoluzione dei confini si sta scontrando con una stagnazione profonda dell’economia e una caduta del saggio di profitto. “Le percezioni ingannevoli che danno l’impressione che la vita si stia ancora muovendo velocemente hanno origine dal fatto che l’accelerazione è stata sostituita da cicli di produzione più brevi. Gli investimenti devono rendere nel breve periodo, e l’economia si muove nervosamente in cicli sempre più piccoli”15, scrive Hans-Christian Dany. L’euforia intorno a termini come “seconda età delle macchine” o “industria 4.0” crea l’immagine rivoluzionaria di nuovi dispositivi e tecnologie i quali, come evidenzia Jason E. Smith, alla prova dei fatti non portano alcun guadagno di produttività e vengono usati in produzione soltanto come strumenti di sorveglianza16. La continua esistenza di un surplus di popolazione che non ha accesso ad un lavoro stabile e la proporzione crescente di questa popolazione che non viene mobilitata dal capitale verso un impiego produttivo nemmeno durante i brevi periodi di crescita sono un ulteriore indicatore del fatto che la mobilitazione del capitale è in crisi, come scrive Endnotes in un contributo ancora non pubblicato al Non Kongress di Berlino17. “La stagnazione è uno stato di non-movimento”. Ma il capitale non può permettere che questo stato persista, non è niente se non è in moto, deve costantemente espandersi, crescere oltre i suoi limiti, aprire nuovi spazi ancora non mercificati.

In un mondo in cui i territori geografici non esplorati dal capitalismo continuano a ridursi, sono i nostri stessi corpi a diventare terreno di conquista capitalistica. Ciò che viene colonizzato oggi sono le nostre anime, le nostre emozioni, i desideri, le relazioni e le interazioni tra noi, che vengono misurate, standardizzate e scambiate sul mercato sotto forma di dati. Questa mobilitazione del capitale non si riferisce più principalmente ai lavoratori salariati e alle merci nei luoghi di produzione, ma estende la produzione totale all’intera società mercificando le interazioni tra persone. La scienza delle relazioni tra esseri viventi organici e il mondo esterno è l’ecologia. Questo è il motivo per il quale in passato abbiamo esaminato la connessione tra l’appropriazione biopolitica della terra e l’estrattivismo verde, l’ecologizzazione della società che va di pari passo con l’attuale distruzione del mondo, secondo il concetto di un regime di accumulazione ecologico18. Non sappiamo se un tale regime di accumulazione prevarrà in qualità di uscita temporanea dalla stagnazione e motore di crescita. Ciò che è decisivo per la nostra epoca è il tentativo di stabilire questo regime, nella possibilità che ci dà di riconoscere l’essenza, per tornare a Granel. Con la sua lettura potremmo descrivere la crescente consapevolezza dei limiti della natura e quindi della crescita fin dagli anni ’70 come di una “spinta verso la finitezza”19 e la sua relazione con il business delle tecnologie verdi che è emerso nello stesso momento. Perché un capitalismo basato sulla mobilitazione totale ed infinita non può accettare limiti, né di fermarsi o di regredire. Questo è il motivo per cui la risposta all’intrusione della finitezza non è la decrescita, ma l’illusione dell’infinito. Ed è per questo che si svolgono ricerche su come liberarsi della CO2 nel terreno, negli oceani e nella stratosfera20. È per questo che non produciamo meno rifiuti, ma troviamo costantemente nuovi luoghi per immagazzinarli. È per questo che le miniere di terre rare scavano sempre più in profondità ogni volta che vengono indicate come strumento di sostenibilità. È per questo che la distruzione del mondo aumenta, proprio quando la sua protezione ecologica sta diventando il paradigma guida della società. Non è una coincidenza che il bisogno di controllo cresca parallelamente con la dissoluzione dei confini e che la logica di predire il futuro si stia allargando a sempre più campi, come ad esempio la polizia predittiva, il lavoro giudiziario o la sorveglianza dello spazio pubblico21.

Tutto considerato, questo significa che è più facile trovare estremisti di destra con un progetto per il futuro tra qualche transumanista della Silicon Valley o tra i malthusiani verdi che non nei gruppi parlamentari dei fascisti europei. Ma questo significa ancora di più che la possibilità di una mostruosa combinazione del bisogno totale di una dissoluzione modernizzatrice dei confini e allo stesso tempo di controllo autoritario di questo processo può essere data dall’ecologizzazione e dal suo accesso biologico e tecnologico22. Possiamo anche arrivare a questa specifica configurazione da un altro campo. Endnotes ci indica un certo modo in cui il capitale reagisce quando l’economia rallenta. Tende ad accelerare la mobilitazione fino al punto della guerra e della distruzione.

… come la nuvola porta la pioggia”?

Non dimentichiamoci che il passaggio di Mussolini dal socialismo al fascismo ha avuto inizio con la sua richiesta che l’Italia entrasse nella Prima Guerra Mondiale. La processazione dell’esperienza di guerra ha giocato un ruolo chiave nell’emergere della base di massa fascista, che fosse nella forma dei soldati di prima linea dei Freikorps tedeschi o degli Arditi italiani (anche se di questi c’è stata anche una versione antifascista, gli “Arditi del Popolo”) o nella forma della generazione più giovane, che evitò di poco il servizio attivo in guerra e sviluppò come conseguenza un militarismo fanatico. La glorificazione della guerra, il desiderio di morte ed un culto della virilità soldatesca giocarono un ruolo decisivo nel fascismo sia sul piano individuale che collettivo. Il Manifesto futurista, preso come ispirazione ideologica dai fascisti italiani, dichiara: “Vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna.” Ma la guerra non rimase al livello di ideologia e propaganda. Prese una dimensione politica concreta che combinava la dominazione geopolitica del territorio con l’idea demografico-etnica di conquistare lo spazio vitale. In Italia questo era la dimensione di un nuovo impero Romano-Italiano nel Mediterraneo, che portò alla guerra in Abissinia del 1935, storicamente la transizione tra una guerra coloniale in ritardo e il prototipo della guerra totale. In Germania, la conquista di una zona di popolamento etnico ad est includeva l’obiettivo della schiavizzazione genocida delle popolazioni slave ed il cancellamento totale della popolazione ebraica. Allo stesso tempo il fascismo in Germania ed Italia si trovava in una rivalità imperiale chiaramente definita con Gran Bretagna e Francia.

La differenza con il presente è lampante. Certo, il culto della virilità militaresca e l’idea dell’esercito come di una scuola per la nazione hanno sempre un ruolo. L’attrazione reciproca tra fascismo ed esercito è evidente ed il risultato è preoccupante, con l’estrema destra armata e presente negli ambienti dell’esercito. E il fascista da divano davanti alla televisione vorrebbe perlomeno vedere l’esercito schierato ai confini per tenere fuori i rifugiati. Ma non sono stati necessari i fascisti per l’armamento e la difesa brutale della Fortezza Europa. Ed i moderni progetti di espansione imperiale si trovano ideologicamente e politicamente nel campo borghese, in particolare nel campo verde-liberale. Le idee più aggressive sul dispiegamento di truppe in Ucraina, la sempre crescente domanda per il riarmo e perfino l’allusione ad azioni militari dirette vengono tutte da questo campo, che pratica l’imperialismo da decenni, dalle politiche sull’Africa della Francia fino al dominio della Germania sull’Europa sudorientale. La sempre più probabile guerra per Taiwan non sarà combattuta per il controllo del territorio e della sua popolazione, non in nome dell’espansione nazionale, ma nel nome dell’ecologizzazione controllata digitalmente, per il controllo delle materie prime e della produzione di semiconduttori necessari a questo processo.

Il fascismo europeo d’altra parte non ha un progetto imperiale. È sulla difensiva storica, lontano dal suo brutale utopismo giovanile. Il ritorno al passato come visione storica del fascismo è superato. Il futurismo non può più influenzare ideologicamente il fascismo di oggi, perché questo ha perso il futuro. “Cento anni dopo, l’espansione è finita, all’impeto conquistatore si è sostituito il timore di essere invasi dai migranti stranieri”, come scrive Franco Bifo Berardi. “Quello che avanza è geronto-fascismo: il fascismo dell’epoca senile, il fascismo come reazione rabbiosa alla senescenza della razza bianca.”23

I partiti di estrema destra hanno un approccio tra il contraddittorio ed il pragmatico ai progetti di guerra dei governi borghesi. Ovviamente c’è una critica alle “ingerenze straniere” nella politica estera nazionale, la richiesta di usare i soldi per “il nostro popolo”, il mal nascosto simpatizzare per il nazionalismo macho di Putin, ecc. ma in caso di dubbi, queste posizioni possono cambiare radicalmente se serve a facilitare l’ascesa al potere. Quello che ha fatto la Meloni in Italia con il suo supporto alla guerra in Ucraina, lo sta facendo anche Bardella in Francia. Chiaramente la partecipazione del geronto-fascismo alla guerra non può essere esclusa. Ma non è la forza motrice su questa strada.

Piacere senza limiti

Se la possibilità di individuare una funzione analoga per la modernizzazione del capitale a quella operata dal fascismo storico nel XX secolo è oggi rappresentata dalla mobilitazione digitale ed ecologica, allora c’è un fondo di verità nella polemica sul fascismo verde o liberale24. Altra questione è se questa analogia con il fascismo sia utile da un punto di vista analitico. Il modo in cui le regole vengono fatte rispettare e l’egemonia viene organizzata è certamente diverso. Sebbene i social media siano usati con successo dai milieux fascisti, essi funzionano in modo completamente diverso rispetto alla propaganda centralizzata di radio e giornali propria del XX secolo. Tutte le organizzazioni tradizionali di massa nella sfera politica e prepolitica stanno perdendo iscritti e significato e giocano un ruolo molto minore nel fascismo odierno (con l’eccezione significativa dell’RSS in India).

I moti del ’68 hanno dato il via ad una messa in discussione dei valori tradizionali, delle norme repressive, delle strutture conservatrici e dell’autorità. Nel tempo però questi tentativi di liberazione sono stati ribaltati e sono diventati, nel neoliberalismo, la base per una modernizzazione delle regole che vengono interiorizzate dal singolo e non più percepite come un’autorità esterna, basandosi invece su tecniche di automiglioramento costante. Lacan parlerebbe di morte del padre. Con l’autorità paterna scompare un ordine simbolico che ha regolato il piacere attraverso il divieto, contro il quale la tradizionale protesta antiautoritaria della sinistra ha avuto origine.

È tuttavia questo ordine di divieto e legge ad essersi ormai completamente eroso: non esiste più. È stato sostituito da un imperativo neoliberale di piacere e di “dibattito universitario”, ovvero un controllo egemonico da parte di esperti, tecnocrati e scienza. La sinistra trova molto più difficile affrontare questo tipo di dominio, specialmente da quando questo si è modernizzato integrando e rovesciando l’emancipazione propria della sinistra. Il dominio invece riproduce determinate restrizioni sul piacere all’interno di una relazione reciproca con il dibattito degli esperti, che è dominante e continua ad influenzare e modernizzare sul piano del linguaggio, per esempio. Questo è particolarmente chiaro nel dibattito sul clima o nell’affrontare le misure del periodo pandemico.

La destra invece, che ha sempre avuto difficoltà nel ribellarsi e nelle proteste di piazza dopo la seconda guerra mondiale a causa della sua identificazione con l’autorità statale, oggi ha successo perché organizza la protesta contro gli esperti e i loro divieti, veri o presunti. Nessuno deve regolamentare il mio “Schnitzel”, la mia auto diesel, il mio linguaggio o la mia playlist. La relazione contraddittoria tra la concessione del piacere contro le restrizioni e il bisogno allo stesso tempo di controllarlo spiega perché figure come Berlusconi o Trump siano celebrati dal loro elettorato conservatore-religioso, nonostante violino apertamente una qualsiasi concezione della sessualità come legata alla sfera del matrimonio e della famiglia.

È necessario analizzare con precisione quale forma prende il dominio autoritario in ciascun caso, su cosa si basa l’approvazione di leader autoritari – come Bolsonaro – e quali bisogni sociali soddisfino. Adolf Hitler, ad esempio, era l’incarnazione della classica figura del leader autoritario, il padre severo, ascetico e punitivo che guidava le masse come un buon pastore (un vecchio simbolo cristiano). Le forme di potere odierne di autodirezione, autocura o anche il “dibattito universitario” costituiscono nuove forme di leadership autoritaria. Incarnano spesso la figura di un individualismo autoreferenziale che emana apertamente desiderio e piacere, e in cui la figura del leader mostra apertamente il suo carattere macho, la sua potenza sessuale (e relativa omofobia) e il suo successo economico, e li trasforma nella “prova” della loro superiorità.

In questo modo protesta e obbedienza possono coesistere nello spazio della destra, mentre non è stato possibile farlo nella tradizionale opposizione tra politiche conservatrici ed emancipatorie. Questo è il motivo per cui la protesta di destra va di pari passo con la richiesta di obbedienza e sottomissione, ad esempio sotto forma di una legislazione più restrittiva sull’aborto o divieti per i matrimoni omosessuali. Allo stesso tempo questi divieti vengono presentati come una liberazione: dallo “stato assassino”, per esempio, o dalla visibilità dell’omosessualità nello spazio pubblico. Questa forma politica della destra non ha successo perché fornisce una migliore visione del mondo, ma perché la accompagna ad una forma di piacere che la sinistra ad oggi non può offrire.

Un totalitarismo postideologico

Oggi il capitalismo non agisce più attraverso una ideologia che lo legittima, come hanno fatto in passato la religione, il nazionalismo o il liberalismo25. Ma questo non significa che le cose debbano essere caratterizzate da un minor autoritarismo. Anzi, i limiti fattuali (Sachzwang) che hanno rimpiazzato l’ideologia, proprio perché non sono più giustificati da questa e quindi non sono più discutibili sul piano politico, stabiliscono una forma di governo senza alternativa all’amministrazione razionale. Qualsiasi cosa contraddica una realtà senza alternative deve quindi essere dipinta energicamente come assolutamente irrazionale e dannosa per la società, totalizzandola ulteriormente. Massimo Recalcati lo chiama totalitarismo postideologico. Le costellazioni di amici e nemici possono essere alterate a piacere, ma allo stesso tempo tendono ad includere sempre coloro che non sono utilizzabili nella prospettiva del capitale e quindi rappresentano un pericolo senza potenziali benefici, ovvero il surplus (razzializzato) di proletariato.

Il fascismo non è l’opposto di questa democrazia capitalista totalizzante, oggi meno che mai. La sua idea è di espandere solo quantitativamente i progetti del neoliberalismo. La difesa omicida contro le migrazioni ai confini, l’espulsione di cittadini e le deportazioni forzate, gli attacchi al sindacalismo e al diritto di sciopero, l’umiliazione socialsciovinista dei poveri e della popolazione in surplus, l’espansione dello stato di polizia con un numero sempre maggiore di morti a causa della violenza poliziesca. Chi può dire a chi ci riferiamo in ogni esempio? Renzi o Meloni? Macron o Bardella? Trump o Obama? Il futuro o il presente?

Questo si applica anche alla minaccia che il fascismo al potere potrebbe riformare la costituzione, abolire le leggi e i diritti umani che lo inibiscono e perpetuare il suo dominio. Ma è stato Renzi a spingere per una riforma costituzionale autoritaria in Italia, e Macron a governare contro la resistenza sociale a colpi di decreti presidenziali.

Ernst Fraenkel, avvocato e scienziato politico di origini ebraiche, ha usato il concetto di “doppio stato” per descrivere la trasformazione dello stato di emergenza durante il dominio nazista. Ha analizzato uno Stato discrezionario in cui tutte le categorie giuridiche venivano rimesse in discussione non appena ostacolavano le politiche naziste, e in cui questo aspetto politico non era codificato legalmente ma veniva ridefinito all’occorrenza. Allo stesso tempo continuava ad esistere uno Stato normativo in altri settori, ad esempio quello dell’economia, in cui le leggi, le sentenze e gli atti amministrativi rimanevano validi. Nonostante le strutture dello Stato discrezionario siano intervenute ripetutamente in altri settori, lo Stato normativo non è mai stato abolito del tutto perché questa abolizione non sarebbe stata utile ai nazisti. Fraenkel vede quindi lo stato di eccezione come un qualcosa di non limitato a uno specifico settore della società e nemmeno a una specifica congiuntura storica.26

Nel 2007 lo storico Michael Wildt trovava il concetto di doppio stato “sorprendentemente rilevante anche nel XXI secolo. In fondo che cos’è Guantanamo se non un tentativo di creare un settore senza legge fuori dall’ordine costituzionale, in cui governi ‘la discrezionalità delle misure’?”27 Tuttavia la visione di Wildt secondo cui lo Stato del presente sia “in grado di riportare gradualmente sotto il rispetto delle leggi i settori dello Stato discrezionario” potrebbe sembrare eccessivamente ottimista, alla luce dell’ampliamento della legislazione antiterrorismo, della sospensione dei diritti umani e di asilo tramite l’espansione dei centri o la sospensione temporanea dei diritti fondamentali durante la pandemia da coronavirus28. D’altra parte la teoria del doppio stato potrebbe fornire un approccio diverso ad un concetto centrale nel lavoro di Walter Benjamin: “La tradizione degli oppressi ci insegna che lo ‘stato di eccezione’ in cui viviamo è in realtà la norma.”29

Communis hostis omnium

Ma quindi qual è la relazione tra fascismo e società borghese, se il primo non è l’opposto della seconda? Storicamente, il fascismo è un putsch controrivoluzionario di fronte alla minaccia rappresentata dai movimenti operai rivoluzionari per la società borghese. È stato quindi sostenuto dalle elite capitaliste e in parte dalle monarchie perché difendeva il dominio borghese, in un modo diverso, reazionario, basato sul terrore, ma mantenendo la forma capitalista. Oggi non c’è alcuna traccia di una sinistra rivoluzionaria di massa. Se ci sarà uno scossone al potere, questo verrà dai non-movimenti, dalle rivolte intense, spontanee, e dalla vita breve, “espressioni soggettive del disordine oggettivo dei nostri tempi.”30 Nelle rivolte contro le restrizioni covid a inizio 2021 in Olanda31 e nelle rivolte per Nahel32 i fascisti sono apparsi e sotto il naso dei poliziotti hanno attaccato violentemente i manifestanti per “ristabilire l’ordine”33. È precisamente questa la funzione dei fascisti che dobbiamo odiare e combattere, come parte del sistema e non come una minaccia allo stesso.

Mikkel Bolt Rasmussen descrive il fascismo di oggi in relazione ai non-movimenti come una protesta contro la protesta. Ispirato da George Jackson, vede il fascismo come una eliminazione a priori di una opposizione più radicale alla globalizzazione neoliberale e alla connessione tra capitalismo e stato nazione34. Questo è vero sia che operi fuori dai non-movimenti, sia che provi a diffondersi al loro interno. Ma tutto ciò non si applica anche all’antifascismo egemonico di oggi? Diversi non-movimenti sono stati denunciati dalla sinistra nel nome dell’antifascismo come di destra o misti, come per i gilet jaunes o le mobilitazioni contro i lockdown e green pass35. L’antifascismo viene regolarmente usato ovunque per spingere al voto per coalizioni di sinistra in risposta all’ascesa di partiti fascisti. Ma più è ampio il fronte popolare che dovrebbe fermare il fascismo, e più la sinistra viene identificata con il potere, meno viene vista come una possibile alternativa. E le politiche effettivamente attuate da queste coalizioni contribuiscono all’aumento dell’astensionismo e della percentuale di voti alla destra. In questo modo alle prossime elezioni l’alleanza dovrà diventare ancora più ampia, più totale. L’ultima farsa di questo processo è il Nouveau Front Populaire francese, e il fatto che sia sostenuto anche dall’antifascismo radicale di sinistra certifica quanto questo milieu si sia esaurito.

Dobbiamo abbandonare questo antifascismo perché si è legato inestricabilmente alla democrazia capitalista, che tiene il fascismo in vita come uno zombie. L’unico modo possibile per realizzare la promessa originaria dell’antifascismo è rompere questo legame. Questa non è una novità. Già negli anni ’20 Bordiga metteva in guardia sul fatto che la politica dei fronti popolari non poteva fermare il fascismo e avrebbe invece indebolito la lotta di classe rivoluzionaria, unica alternativa sia alla democrazia borghese che al fascismo. La critica di Bordiga dell’antifascismo, per quanto d’ispirazione, rimaneva legata alla subordinazione della lotta di classe all’organizzazione da parte del Partito Comunista. Tuttavia, con la scomparsa del movimento operaio come soggetto rivoluzionario storico, le lotte di classe legate ad esso hanno perso il loro carattere rivoluzionario.

Ciò che rimane della sinistra e non è completamente integrato rimane aggrappato ai vecchi concetti di movimento operaio, organizzazioni politiche di massa, scioperi e realpolitik socialista. Fa riferimento ad una classe lavoratrice atomizzata, a milieu che sono stati annientati, ad uno stato che ha abbandonato il suo ruolo di mediatore sociopolitico o di autorità legale liberale. È un geronto-socialismo che produce un geronto-antifascismo fatto di fronti popolari36. Finché le condizioni storiche di queste politiche non vengono analizzate, la propagazione di un antifascismo anticapitalista e rivoluzionario, la mobilitazione di un futuro di speranza, ci appariranno come l’altra faccia di questa medaglia. A meno di riuscire a dargli una forma trascendente, a meno di dare l’idea di un mondo completamente diverso, saranno state tutte parole al vento. Sembra più ridicolo man mano che diventa più isolato, e più distaccato dalla realtà ogni volta che evita di fare di questo isolamento il punto di partenza di una riflessione, invece di nasconderlo dietro all’attivismo e a politiche di coalizione.

Questo ci riporta ai non-movimenti. Non perché li vogliamo individuare come nuovo soggetto rivoluzionario, che sarebbe la conclusione sbagliata. Essi si riferiscono al rifiuto della riproduzione della politica, dell’identità e della democrazia, alla rinuncia alla rappresentanza. Siamo consapevoli dei loro limiti, delle loro sconfitte, della possibilità della loro ricaduta nell’integrazione o nella regressione. Ma quello che vediamo emergere al loro interno è una rabbia profonda con la situazione che viviamo, una rottura con l’opinione pubblica, un rifiuto di integrarsi, un desiderio per una vita che vada oltre l’amministrazione e il ridursi a sopravvivere. Quando non è stato possibile appropriarsene, sono stati individuati come nemici da tutti, la sinistra e la destra, lo Stato e la società civile. Non hanno sempre cercato dei nemici, ma li hanno dovuti accettare per poter continuare a lottare. Ed è per questo che sono stati tutto meno che soli. Nel modo in cui hanno attaccato, nel modo in cui hanno evaso la mobilitazione totale dello Stato e del capitale, nel modo in cui hanno organizzato la loro riproduzione, le loro vite, il modo di ritrovarsi, abbiamo visto – anche se brevemente – un lampo della possibilità di rompere lo status quo, una negazione assoluta dell’esistente. Questo è lontano dall’essere una nuova strategia rivoluzionaria. Ma in un’epoca di totalitarismo postideologico, non è nemmeno poco.

È l’odio del presente che tiene aperto il futuro.

  1. traducibile con disobbedienti, oppositori ↩︎
  2. Sistema Comune Europeo di Asilo ↩︎
  3. Lo stesso meccanismo si sta mettendo in atto in Italia, ad esempio, attorno alla figura di Vannacci come catalizzatore di una destra “antisistema” da contrapporre alla destra di governo ↩︎
  4. Si pensi nel caso italiano al sempre più evidente rapporto tra alcune aree di movimento ed i partiti satelliti del PD nelle coalizioni di centrosinistra ↩︎
  5. G. Granel, “Gli anni trenta sono davanti a noi (Analisi logica della situazione concreta)”, traduzione in italiano disponibile qui. I passaggi citati qui nel testo sono tradotti e non presi dalla traduzione di Granel citata ↩︎
  6. Confini qui va inteso sia in termini geografici (globalizzazione del capitale) sia in termini fisici, nel senso più generale di limiti ↩︎
  7. G. Granel, op. cit. ↩︎
  8. G. Granel, op. cit. ↩︎
  9. G. Granel, op. cit. ↩︎
  10. G. Granel, op. cit. ↩︎
  11. G. Granel, op. cit. ↩︎
  12. Se questo poteva essere vero nel momento in cui Granel scriveva il suo saggio, è evidente come invece questa serie di condizioni in questo momento storico stia arrivando ad una maturazione ↩︎
  13. Joshua Clover, “Riot. Strike. Riot.”, esistono versioni tradotte in italiano, l’originale in inglese però è consultabile gratuitamente qui ↩︎
  14. Questo elemento è controverso in quanto l’esperienza del movimento MAGA, ma in parte anche di AfD stessa, dimostrano come il fascismo inteso come movimento reazionario di massa è in grado di fare leva sulla nostalgia per la scomparsa delle sue sovrastrutture tradizionali ed allo stesso tempo modernizzare il proprio agire politico, mantenendo la propria funzione di elemento politico di gestione delle crisi del sistema capitalistico ↩︎
  15. Hans-Christian Dany, “Faster than the sun. From a frantic standstill into an unknown future”, 2015. Non ho trovato nulla sull’edizione in inglese (citata nella traduzione francese del testo), mentre sicuramente è reperibile l’edizione in tedesco dal titolo “Schneller als die Sonne. Aus dem rasenden Stillstand in eine unbekannte Zukunft” ↩︎
  16. Jason E. Smith, “Smart Machines and Service Work. Automation in an Age of Stagnation”, 2020 ↩︎
  17. https://nonkongress.noblogs.org/ ↩︎
  18. https://inferno.noblogs.org/post/2024/01/11/zeit-der-oekologie/, dove si trovano anche versioni brevi in inglese, francese e spagnolo ↩︎
  19. G. Granel, op. cit. ↩︎
  20. Rispetto al momento in cui è stato scritto l’articolo c’è un elemento ulteriore rispetto al capitalismo green: all’illusione dell’infinito di cui si parla qui va aggiunto il passo indietro fatto in alcuni settori utile proprio a consentire la continuazione dell’accumulazione capitalista (vedi il passo indietro sulle norme per le emissioni delle automobili e il piano di riarmo) ↩︎
  21. Su questo si veda l’opuscolo del Collettivo Sumud, nel link il pdf ↩︎
  22. Su questi temi c’è l’analisi di Mohand in due articoli, qui e qui ↩︎
  23. https://not.neroeditions.com/archive/geronto-fascismo/ ↩︎
  24. https://illwill.com/against-liberal-fascism ↩︎
  25. Noi, inteso come marxisti-leninisti, parleremmo di sovrastruttura e di come questa si evolva per assecondare le esigenze del capitale ↩︎
  26. Si pensi a come in Italia la gestione dell’ordine pubblico sia sempre di più un atto amministrativo, che dipende appunto dalla discrezionalità del funzionario di turno, mentre in tutti gli altri settori le norme continuano ad avere il loro corso nella gestione della società ↩︎
  27. Reperibile, a quanto risulta, solo in tedesco qui ↩︎
  28. Un ragionamento dettagliato su questi elementi si può trovare nel secondo capitolo de “L’età dell’ecologia”, citato nella nota 18 ↩︎
  29. Walter Benjamin, “Sul concetto di storia” ↩︎
  30. https://www.endnotes.org.uk/palabre/endnotes-onward-barbarians ↩︎
  31. Lascio per completezza il link citato nella versione originale qui, ma sicuramente sono reperibili notizie a riguardo anche in altre lingue ↩︎
  32. Si veda ad esempio qui ↩︎
  33. Situazione diversa in Italia, dove i fascisti hanno cavalcato dove possibile il malcontento popolare, ad esempio nel caso delle restrizioni pandemiche, con la protesta culminata con l’attacco alla sede della CGIL. Vero è che in altri contesti ricoprono lo stesso ruolo descritto qui (scioperi nella logistica, ronde antidegrado, ecc.) ↩︎
  34. https://illwill.com/fascist-spectacle ↩︎
  35. Questo “purismo” di certa sinistra, anche quella di movimento, è una concausa della degenerazione verso destra di determinati spaccati sociali, come appunto le proteste contro le misure del periodo Covid citate poc’anzi ↩︎
  36. Qui l’opinione di chi ha tradotto diverge anche radicalmente da quella di chi ha scritto l’originale: il problema non è il fatto che i concetti a cui fa riferimento certa sinistra siano “vecchi”. Certo, anagraficamente lo sono, ma la questione è se l’analisi sia valida e personalmente non ritengo possibile la ricostruzione di una prospettiva rivoluzionaria e di superamento del capitalismo che prescinda dall’analisi marxista. Quello che semmai dovrà evolversi, proprio per intercettare una classe lavoratrice sempre più atomizzata, è la propaganda, la comunicazione, ma si parla già d’altro a questo punto ↩︎

Una lezione da Torino

In questi giorni sta infuriando il dibattito rispetto agli scontri tra polizia e manifestanti di sabato scorso a Torino. Sui fatti specifici ci sono le immagini, e chi non le ha viste è bene che lo faccia, ma è inutile commentare oltre. Lo scontro con la polizia, quando avviene in quel modo, è una precisa scelta politica, che ha fatto il suo corso in assemblee per forza di cose a ranghi ridotti, ma che mantiene una sua legittimità “di massa” rispetto al corteo, specie vedendo il numero di persone che si sono assunte quella scelta. E che la pagheranno molto cara, per cui a loro va tutta la solidarietà del caso.

Dal giorno dopo sono scattati i paternalismi: la violenza non è la soluzione, così si cancella la bella manifestazione di sabato, così si apre la strada al nuovo decreto sicurezza – che il governo aveva in realtà già in programma, semmai si sono velocizzati i tempi – e ogni tipo di condanna e dissociazione che ha riportato la sinistra istituzionale al suo posto, ovvero al fianco della destra nella repressione delle classi popolari, e che ha messo anche una serie di organizzazioni di movimento nella scomoda posizione di dover prendere le distanze. Meglio, via le maschere.

Il fascismo è prima di tutto un movimento reazionario di massa, e chiunque frequenti oggi un qualsiasi spazio – che sia il bar, l’autobus, il posto di lavoro – non può non rendersi conto che per quanto scarsa sia la fiducia nella democrazia borghese, la maggior parte della popolazione, votante e non, approva in qualche modo l’impianto ideologico e l’operato di questo governo. In questa dinamica che vede ampi settori delle classi subalterne dare legittimità e forza al fascismo di governo è naturale che ogni singola organizzazione della sinistra rivoluzionaria, anarchica ed antagonista, e il movimento in generale, si trovi più che mai con le spalle al muro.

E quando non si può più arretrare è il momento di ricominciare ad avanzare, per quanto difficile possa essere. È quindi solo un bene che tra le compagne e i compagni ci sia chi inizia a porsi il problema di come togliere allo Stato il monopolio della violenza, anche solo momentaneamente.

La sfida è proprio qui: è fondamentale che le piazze ricomincino ad essere anche luogo di conflitto fisico, quando è possibile organizzarlo e gestirlo – per quanto gestibili possano essere queste situazioni – con l’obiettivo di abituare e riabituare chi partecipa alle manifestazioni all’idea che ogni volta che si scende in piazza non lo si fa per mettere una bandierina o pulirsi la coscienza, ma per produrre un avanzamento a nostro favore dei rapporti di forza, e che in questo momento è necessario che questo avanzamento si produca con ogni mezzo necessario, anche lo scontro.

Magari così in piazza finiremo col trovarci di meno, ma senza dissociati, o magari, grazie ad un altro livello di chiarezza ed organizzazione, di più e più forti.


Dall’autunno nelle piazze all’inverno della repressione

Come scritto più volte un po’ ovunque, e anche su questo spazio, l’autunno passato è stato caratterizzato da un livello di mobilitazione inedito, almeno negli ultimi 15 anni. Ho avuto modo nei mesi scorsi di parlare anche di come lo Stato, inteso come garante del sistema capitalistico e non necessariamente come emanazione del governo in carica, abbia intelligentemente “gestito” il momento di difficoltà e il temporaneo riequilibrarsi dei rapporti di forza in favore delle masse lavoratrici lasciando in piazza molta più libertà di quanto ci si potesse aspettare, visti i precedenti di due anni di mobilitazioni per la Palestina, usando la forza solo per difendere nodi vitali dell’economia di guerra (snodi logistici, sedi Leonardo, ecc.) e rimandando la repressione ad un secondo momento, caratterizzato magari da un calo dell’attenzione sul tema Palestina.

Attenzione che è calata già dai primi giorni successivi all’entrata in vigore di un cessate il fuoco che cessate il fuoco non è, visto che bombardamenti ed uccisioni continuano, ma che nella società mediatica in cui viviamo è stato fatto passare a reti unificate come la “fine del massacro”, senza possibilità di controbattere da parte delle organizzazioni di classe che nel campo di battaglia mediatico sono semplicemente disarmate.

Il come e perché manifestare, al di fuori dei ristretti circoli di militanti, sia visto sempre più come un momento mediatico, con un inizio ed una fine precisi, senza bisogno di dargli continuità, è una tematica sicuramente interessante e che magari in un futuro analizzerò, ma in questo frangente è secondario.

Tornando alla questione della repressione, dicembre ha rappresentato concretamente un salto di qualità enorme rispetto agli arresti ed alle perquisizioni che hanno attraversato ottobre e novembre come prima rappresaglia contro quei compagni e quelle compagne che hanno osato provare ad organizzare la solidarietà internazionalista in un qualcosa di più grande ed omogeneo, ma che soprattutto potesse incidere sui rapporti di forza anche in Italia. Dicembre ha visto infatti prima lo sgombero di Askatasuna, da decenni spina nel fianco dello Stato e motore delle mobilitazioni torinesi per la Palestina, seguito il 27 dall’operazione che ha portato in carcere nove persone con l’accusa di aver finanziato Hamas.

Non parlerò qui delle basi legali del caso, riassunte qui e qui e già in parte smontate in tribunale. Mi limito ad osservare che da sempre chi vive all’estero finanzia, in modo più o meno esplicito, movimenti armati nel proprio paese d’origine: le comunità irlandesi negli Stati Uniti sono state una fonte importante di soldi ed armi per l’IRA, le Tigri Tamil hanno potuto sempre contare sul supporto dei Tamil indiani, il PKK curdo ha beneficiato della diaspora del suo popolo in Europa, e così via. Si tratta di esperienze molto diverse tra loro e con parabole diverse, ma sempre ascrivibili a movimenti di autodeterminazione, se non di vera e propria Resistenza. Per questo motivo più che discutere degli aspetti legali del caso è importante sottolinearne la natura politica, da una parte rifiutando la subalternità del governo e della magistratura italiana al sionismo, dall’altra rivendicando nuovamente la legittimità della Resistenza del popolo Palestinese e quindi anche la legittimità per i Palestinesi che vivono lontano dalla loro terra di contribuire materialmente alla liberazione del proprio popolo.

A chiudere, almeno temporaneamente, il cerchio della repressione, venerdì scorso è arrivata la sentenza di condanna per Anan Yaeesh a 5 anni e 6 mesi.

Possiamo avere la certezza che l’ondata repressiva non solo non si fermerà qui, ma crescerà ulteriormente, tra nuovi conflitti e nuovi pacchetti sicurezza già annunciati dal governo. Per non soccombere all’inverno della repressione che ha seguito l’autunno di lotta è fondamentale cercare e rilanciare quell’opera di ricompattamento delle classi lavoratrici dietro a parole d’ordine chiare, prima delle quali deve necessariamente essere la solidarietà nei confronti di tutte e tutti coloro che si trovano indagati, denunciati o incarcerati a causa della loro opposizione a guerra e genocidio. Solo così potrà tornare in primavera a rifiorire la rivolta.


Il Leoncavallo, Askatasuna e il futuro dei movimenti

Da Milano a Torino

Il 21 agosto scorso è stato sgomberato a Milano, dopo un’esperienza durata 50 anni, il Leoncavallo, una delle esperienze di occupazione più longeve nella storia dei movimenti e probabilmente nell’immaginario di tante e tanti il centro sociale per eccellenza. Il 18 dicembre è stato il turno di Askatasuna, a Torino, che indubbiamente è stato negli ultimi 15/20 anni il centro sociale maggiormente in grado di incidere politicamente nel suo contesto cittadino e di avere un peso – limitatamente ai movimenti – anche a livello nazionale.

Partiamo da un presupposto: ogni sgombero, a prescindere da chi lo subisce, segna un punto politico per lo Stato, per la retorica sul ripristino della legalità, per il rientro nella compatibilità democratica di una parte delle classi lavoratrici legate a quello spazio e quindi segna una sconfitta per i movimenti di classe, quale che sia la loro analisi o il loro collocamento politico. A tutte le realtà che subiscono uno sgombero quindi va inequivocabilmente tutta la solidarietà.

Detto questo, è necessario dirci anche che il Leoncavallo ormai da anni non rappresentava più una realtà politica per chiunque facesse parte di collettivi, movimenti, partiti della sinistra rivoluzionaria: la chiusura verso l’interno dello spazio, la preoccupazione di difendere l’orticello ad ogni costo – anche quello del dialogo con il Comune – hanno progressivamente isolato il Leoncavallo dalle soggettività che avrebbero potuto trarre beneficio dalla sua esistenza e difenderlo – politicamente, perché purtroppo come movimento non c’è più la forza di tirare molotov dai tetti – davanti alla minaccia di sgombero. Su queste dinamiche è stata ottima l’analisi del collettivo Militant.

Diverso il caso, come detto, di Askatasuna: indubbiamente cardine di tutti i movimenti torinesi e punto di riferimento della lotta No TAV in Valsusa, è stato colpito non in un momento di debolezza, ma anzi in un periodo in cui Torino ha espresso un livello di conflittualità tra i più alti in Italia (secondo forse solo a Genova) per quanto riguarda la mobilitazione contro guerra e genocidio, culminata nell’attacco – sacrosanto – alla sede de La Stampa usata come pretesto dal ministro Piantedosi per giustificare lo sgombero. Come detto Askatasuna, che aveva avviato un percorso di semi-regolarizzazione secondo il concetto di “bene comune”, era/è a differenza del Leoncavallo una realtà tutto meno che chiusa su sé stessa, e infatti il corteo di solidarietà contro lo sgombero non ha avuto le caratteristiche di una sfilata come è stato per quello di settembre a Milano, ma una manifestazione viva, conflittuale, che ha messo le basi per dare una continuità all’esperienza di Askatasuna.

La distanza tra Milano e Torino, politicamente, è ben maggiore di quella chilometrica.

L’impatto degli sgomberi

Il governo Meloni sgombera quindi nel giro di 4 mesi il centro sociale più simbolico e quello più “forte” d’Italia. Cosa significa per il movimento? Tutto e niente.

Dal momento che non siamo più negli anni ’70, non esiste in Italia nessun movimento, collettivo politico o gruppo organizzato in qualsivoglia modo che sia in grado di resistere allo Stato sul piano della forza. La difesa di un luogo di per sé illegale come un centro sociale occupato è necessariamente una partita che si gioca sul piano politico: fintanto che uno spazio è vissuto non solo da militanti politici, ma in generale da lavoratori e lavoratrici che vivono in una determinata città, i rappresentanti politici, che si trovano a dover bilanciare le esigenze del capitale e della gentrificazione (rientrare in possesso degli immobili) con la necessità di perpetuare il loro potere politico (elettori scontenti=sconfitta elettorale), rimandano lo sgombero fin quando è possibile, attivandosi eventualmente per trovare soluzioni che consentano uno sgombero “dolce”, ad esempio tramite l’assegnazione di un nuovo spazio. Per quanto sia rischioso il dialogo con le istituzioni, nella misura in cui si rischia di rimanere invischiati in un gioco di scambio tra permanenza nell’occupazione e smorzamento delle posizioni politiche, è indubbio che Askatasuna sia riuscito ad usare a proprio vantaggio il percorso di riconoscimento come “bene comune” proprio in virtù della sua forza politica in città.

Il fatto che, nonostante questa posizione di forza nel suo contesto locale, Askatasuna sia stato sgomberato comunque va letto come il risultato di due congiunture: da una parte, il fatto che queste operazioni di sgombero partono sempre più spesso dai prefetti, che non avendo problemi di rielezione danno il via libera agli sgomberi quando le occupazioni sono più deboli (come ad Agosto per il Leoncavallo) o quando gli eventi offrono una giustificazione inattaccabile (l’attacco a La Stampa per Askatasuna), incassando l’avallo di tutti i partiti politici in nome del ripristino di legalità e decoro; dall’altra parte l’astensionismo crescente, soprattutto tra le classi più povere, rende meno sconvenienti da un punto di vista elettorale operazioni di questo tipo, e infatti il sindaco di Torino si è immediatamente accodato alla decisione del prefetto, ritirando il percorso per la dichiarazione di bene comune. Ovviamente il governo ha avuto il bonus di agire in due città governate dal Partito Democratico, segnando un punto utile in chiave elettorale.

Concentrandosi su Askatasuna, che come detto era estremamente attivo e vitale politicamente, è evidente come l’impatto politico, nel senso in cui lo Stato mostra la sua forza per fiaccare la capacità dei compagni e delle compagne torinesi di esprimere conflittualità, sia potenzialmente devastante, ma fortunatamente il momento storico permetterebbe al movimento di assorbire il colpo, usando anzi questo attacco come una leva per rivendicare con maggior forza quello che ad oggi nelle città è il bisogno primario del proletariato: il bisogno di spazio, abitativo e sociale, libero da gentrificazione e da un carovita che ha raggiunto ormai livelli insostenibili per la maggior parte della classe lavoratrice.

Un altro effetto, forse più trascurato ma decisamente pesante, è quanto sia importante uno spazio occupato per il finanziamento dei movimenti: certo, si possono fare le cene nei circoli Arci o le sottoscrizioni ai cortei, ma avere a disposizione spazi in cui organizzare momenti di cultura e socialità alternativa sono economicamente vitali per tutti coloro che fanno politica dal basso. Senza voler mettere il naso negli affari degli altri, questo effetto sarà probabilmente il peggiore sul medio/lungo periodo.

La fine di un’era?

No, nel senso che l’era dei centri sociali era già finita da un pezzo: i centri sociali come realtà politiche e culturali in grado di esercitare un’egemonia su determinati contesti cittadini o regionali hanno esaurito la loro spinta già dopo la fine del movimento No Global, con un parziale colpo di coda durante le proteste dell’Onda del 2008-2011. Le poche realtà rimaste in grado di mantenere un’importanza nel panorama politico dei movimenti sono fondamentali, ma non hanno la capacità di catalizzare intorno a sé le classi subalterne per portare avanti lotte e rivendicazioni.

I mesi passati hanno mostrato però che la possibilità di costruire un movimento di lotta ampio e in grado di intercettare i bisogni di lavoratori e lavoratrici c’è tutta, e passa attraverso “strutture” con caratteristiche molto diverse dai centri sociali canonici.

La sfida è tutta qui: non bisogna intestardirsi ad occupare per occupare, nella speranza di far rinascere una stagione che non può tornare. Si tratta di partire dalla lotta contro gli sgomberi per costruire soggettività politiche nuove, adatte alla fase che viviamo, in grado di relazionarsi dialetticamente con il proletariato per la costruzione di un programma di rivendicazioni e lotta teso a migliorare le condizioni di vita delle masse.

Le occupazioni, se saranno necessarie, verranno di conseguenza.


Gli attacchi alle scuole occupate e il ruolo dei neofascisti oggi

Uno degli effetti positivi della grande mobilitazione popolare in sostegno al popolo palestinese è stato l’ondata di occupazioni delle scuole: anche se non è una novità – occupazioni nelle scuole se ne vedono, con diversi livelli di capillarità e partecipazione, più o meno tutti gli anni – è innegabile che quest’anno per la prima volta da almeno un paio di lustri queste occupazioni si sono andate a costruire all’interno di un clima politico di fermento anche all’esterno.

Dal ’68 in poi in Italia non c’è mai stato un movimento di rivendicazione dal basso senza la presenza forte di studenti e studentesse, che in alcuni casi insieme ai poco più grandi universitari hanno favorito l’accelerazione nella costruzione di una proposta politica alternativa. Non stupisce quindi il coinvolgimento della popolazione studentesca nelle mobilitazioni di questi mesi, che spesso li hanno visti in prima fila – grazie forse anche alle affinità “anagrafiche” con i Giovani Palestinesi d’Italia – nei cortei, negli scioperi, nei blocchi e anche davanti alla repressione dello Stato.

Repressione che da sempre agisce su due binari: se da una parte c’è l’azione giudiziaria, che ha il duplice compito di punire le figure più in vista e di spaventare tutti gli altri fino a fiaccarne l’iniziativa, dall’altra parte c’è il livello repressivo “sommerso”, quello che lo Stato non porta avanti direttamente – o se lo fa è in minima parte – e che appalta invece ai manovali storici della borghesia e delle sue istituzioni: i fascisti.

Premetto che qui lo scopo non è fare un’indagine dettagliata sulle organizzazioni neofasciste, i loro schieramenti, le loro divisioni o altro, quello magari arriverà più in là, tempo permettendo.

Certo è che per questi episodi è proprio al neofascismo “nostalgico” che bisogna guardare, quello macchiettistico fatto di commemorazioni a Predappio, retorica antisistema e bande di picchiatori, in Italia fatto di una miriade di organizzazioni più o meno conosciute ma diffuse capillarmente1, con numeri abbastanza scarsi da nord a sud ma sicuramente con la capacità di aggredire e terrorizzare gruppi di giovanissimi in tanti casi alle prese con la prima esperienza di politica attiva.

Come fa notare Dante Barontini sulle pagine di Contropiano, gli attacchi alle scuole arrivano in rapida successione, sempre con modalità ed esecuzione simili, e sempre con la lenta risposta poliziesca, solitamente solerte nell’intervenire nei pressi di scuole occupate – solitamente anzi presidiate da almeno una pattuglia Digos – e da questi elementi è evidente che dietro agli attacchi nelle varie città ci sia una mano che li ha orchestrati.

Non ho la sicurezza di Barontini nell’affermare che la mano sia quella del governo, non perché ritengo che non ne abbia l’interesse – tutt’altro – ma perché la storia ci insegna che spesso l’apparato statale agisce autonomamente, quando si tratta di ristabilire la pace sociale, e che quando lo fa si serve in modo abbondante dei fascisti.

Appurato che questi attacchi sono di matrice fascista, che sono stati effettuati su commissione e che l’obiettivo è quello di agire in modo complementare all’apparato giudiziario per stroncare sul nascere un forte movimento di protesta nelle scuole – con il rischio che poi si diffonda nel resto della società – è bene dire un paio di cose.

La prima è che è vero che la mobilitazione solidale con la Palestina ha prodotto un risveglio delle coscienze importante, ma il suo contraltare è una polarizzazione delle posizioni: in questa polarizzazione la fetta di popolazione che prova indifferenza, nel migliore dei casi, o consenso, nel peggiore, per azioni squadriste come quelle portate avanti nelle scuole è in aumento, e questo ha indotto la regia ombra degli attacchi a ritenere opportuno l’utilizzo dei fascisti come manovalanza.

La seconda è che questi attacchi vanno letti in un quadro più ampio di qual è il ruolo dei fascisti in questo frangente storico: mentre l’imperialismo occidentale spinge sempre di più sull’acceleratore verso la guerra aperta con Russia e Cina, le classi lavoratrici sono recalcitranti a farsi coinvolgere dalla retorica bellica; certo, dietro ad un’avanguardia che già oggi fa controinformazione e si attiva per sabotare l’industria bellica c’è una maggioranza silenziosa che non partecipa direttamente, ma che ha dimostrato di poter essere coinvolta con le parole d’ordine giuste.

Gli attacchi dei fascisti alle scuole visti sotto questa lente sono anche una palestra per azioni che un domani potrebbe essere necessario per lo Stato condurre contro un picchetto fuori da una fabbrica, nel piazzale di un porto o in una stazione ferroviaria. Quanto più il movimento dei lavoratori renderà difficile la messa a regime dell’economia di guerra, tanto più violenta e fuori dalle regole dello stato borghese sarà la risposta del capitale.

Questo è un problema che colpisce tutta la parte di mondo che fa parte del centro imperialista a guida USA-NATO, che si sta già preparando: la criminalizzazione degli antifascisti, come ad esempio per i fatti di Budapest o per la recente classificazione di organizzazioni Antifa come “terroriste” da parte degli Stati Uniti, è uno strumento di cui la controparte si sta già servendo per costruire il nemico sul fronte interno e attraverso l’azione repressiva sgomberare il campo per permettere ai fascisti di agire indisturbati.

Per quanto in ritardo – al momento non si vede all’interno dei movimenti una consapevolezza diffusa di questa dinamica – il tempo per organizzare una risposta antifascista militante, capace di complementare il confronto dialettico politico con la pratica antifasciste per le strade, ancora c’è. La risposta infatti, come sempre, non può prescindere dalle strade: con i fascisti l’unica soluzione è la violenza di classe.

  1. Per citarne solo qualcuna, oltre alle note Forza Nuova e Casapound, ci sono Lealtà e Azione, Veneto Fronte Skinhead, Do.Ra., ma anche gruppetti informali legati da frequentazioni simili ad esempio in curva, palestre di sport da combattimento o nel giro dei concerti naziskin. ↩︎

Due parole su “contro i re e le loro guerre”

Si è svolta ieri l’assemblea “Contro i re e le loro guerre”, che propone una piattaforma base per iniziare ad organizzare la mobilitazione in questa fase. Dal momento che stando a quanto comunicato un programma vero e proprio verrà definito con una nuova assemblea il 24 e 25 gennaio i commenti saranno limitati a quanto disponibile ad oggi.

Come prima cosa, l’assemblea di ieri segna la fine dell’esperienza della rete “A pieno regime”, nata nell’autunno dello scorso anno per organizzare la mobilitazione contro il ddl 1660 (poi approvato con minime modifiche come decreto legge ad aprile di quest’anno). Anche se di fatto le stesse realtà che costituivano quella rete confluiscono nel nuovo progetto, che quindi va letto in continuità con quel percorso (e infatti anche nel documento uscito dall’assemblea questa continuità viene rivendicata), cambia la parola d’ordine.

La rete “A pieno regime” ed il suo ruolo nel movimento

La rete “A pieno regime” come aggregatore di mobilitazione antirepressivo ha sicuramente prodotto in termini di numeri molto, con il culmine nella manifestazione del dicembre scorso a Roma che, al netto della solita discussione sui numeri, ha sicuramente avuto dimensioni imponenti, con diverse decine di migliaia di persone coinvolte. Il problema principale della rete, e del motivo per il quale non è stata in grado di incidere in nessun modo sul ddl1660 risiedeva in due caratteristiche:

  1. l’approccio emergenziale alla questione, trattata come il tema politico del momento ma senza che questo venisse legato ad una analisi organica della situazione in grado di inserire la lotta contro l’ennesimo decreto sicurezza all’interno di un quadro di mobilitazione più ampio in grado di produrre un incremento del livello di coscienza tra le classi lavoratrici, al contrario di quanto tentato, e in parte riuscito, alla rete “liberi/e di lottare”;
  2. la composizione estremamente eterogenea della rete, che tra le 250 organizzazioni aderenti vedeva soggetti come centri sociali del nord-est e altre organizzazioni “extraparlamentari”, ma anche soggetti istituzionali come Arci, ANPI, segmenti della CGIL e di AVS. È chiaro che organizzazioni diverse non solo per la loro forma, ma anche per la loro composizione – politica, anagrafica e non solo – difficilmente potevano produrre un programma unitario di ampio respiro.

Riassumendo, “A pieno regime” nasce male perché troppo eterogenea, e per non frammentarsi subito affronta la questione repressiva in modo superficiale, limitandosi a porre la repressione come prodotto di un governo fascista a cui opporsi. Non c’è dubbio che il governo Meloni sia figlio del fascismo storico, e che sicuramente in questa fase incarni il fascismo di cui la borghesia ha bisogno per gestire la fase attuale, ma non ci si può dimenticare di quanto abbia fatto negli anni anche il centrosinistra per incrementare il livello di repressione a cui sono sottoposti compagni e compagne in tutta Italia, dai decreti Minniti e Lamorgese ad amministratori locali sceriffo come ad esempio Nardella a Firenze, Sala a Milano, De Luca in Campania e tanti altri.

Dimenticanza che per la rete “A pieno regime” non è casuale, ma è precisamente la chiave che permette a tutte le organizzazioni della sinistra istituzionale – di partito e non – di rifarsi una verginità unendosi nella “grande lotta contro il fascismo”. Si tratta in altre parole di un contenitore utile a tenere la mobilitazione su un piano moderato, con lo scopo di presentare il voto come unico modo per fermare la deriva autoritaria e lo stato di polizia e garantire ai suoi azionisti di maggioranza un ritorno elettorale.

Cosa rappresenta “Contro i re e le loro guerre”

Intanto, il nome: “Contro i re e le loro guerre” prende spunto dal movimento “No Kings”, nato nei mesi scorsi negli USA per protestare contro le politiche sempre più autoritarie di Donald Trump e che hanno portato il mese scorso a manifestazioni oceaniche, con numeri che gli Stati Uniti non vedevano dai tempi delle proteste contro la guerra in Vietnam. Per un resoconto più dettagliato della natura e composizione delle proteste, qui il lavoro di CrimethInc.

“Contro i re e le loro guerre” nasce quindi cercando di importare il livello simbolico dall’estero, che è già un errore di per sé in quanto viene meno l’analisi reale della situazione reale che il marxismo-leninismo ci insegna essere imprescindibile ogni volta che ci si pone l’obiettivo di sviluppare un programma politico.

Inoltre, pur indicando una serie di problematiche concrete che oggi il proletariato si trova ad affrontare (carovita, crisi climatica, economia di guerra), il manifesto conclusivo non riesce – pur ponendo la questione dei rapporti di forza – a formulare l’obiettivo di smantellare il sistema economico che produce le problematiche elencate: il rischio è che questo serva a preparare lo sbocco elettorale alle figure politiche che attraverseranno gli appuntamenti di mobilitazione di questa assemblea.

Come nota ulteriore, è un errore di impostazione enorme mettere insieme, come fatto nel manifesto, figure come quelle di Netanyahu, Trump e Meloni con Putin, Xi Jinping e Modi: non è questione se i secondi siano “re” o meno, quanto il fatto che quelli non sono i nostri nemici. Se l’obiettivo è distruggere il sistema economico capitalista che produce le condizioni di vita attuali di milioni di lavoratori e lavoratrici, il nemico sta in casa nostra ed ha la forma dei “re” e dei loro alleati che si trovano qui da noi, nel centro imperialista. Un passaggio come questo in cui si fa di tutta l’erba un fascio non fa altro che riprodurre per l’ennesima volta il cliché della condanna degli “opposti estremismi”, che è utile solo a riportare le voci di dissenso a un livello di compatibilità con la democrazia borghese.

Se a questo aggiungiamo che questa assemblea si pone come proseguimento naturale dell’esperienza di “A pieno regime”, dobbiamo aggiungere che è cambiato e di molto il contesto che la circonda: non più un panorama fatto di piccoli collettivi che resistono e poche organizzazioni nazionali in perenne lotta per l’egemonia tra di loro, ma un mondo in cui le piazze imponenti per la Palestina dei mesi scorsi e le giornate già previste per il 28-29 novembre hanno permesso al movimento di aumentare la sua riconoscibilità tra la popolazione, ma soprattutto hanno prodotto un livello di consapevolezza diverso tra lavoratori e lavoratrici rispetto alla loro forza collettiva ed alla loro capacità di essere potenzialmente incisivi a livello politico senza necessariamente doversi porre la questione della rappresentanza.

Per questo probabilmente “Contro i re e le loro guerre” è un rischio maggiore per i suoi azionisti istituzionali (AVS, Arci, ecc.), ma proprio per questo è per loro necessario: per non perdere una fetta del consenso su cui si basano le loro strutture, queste organizzazioni dovranno necessariamente trovare un nuovo equilibrio tra una base più radicale di quanto non lo fosse anche solo 3 mesi fa e le loro responsabilità di garanti dell’ordine e della minimizzazione del conflitto sociale. L’auspicio è che questa contraddizione non venga riassorbita e che si produca un effettivo spostamento a sinistra tra le classi lavoratrici, da favorire con la costruzione di un vero programma politico dal basso che ne indirizzi le necessità.

Rimandando per ora un giudizio più completo a dopo la pubblicazione del programma che emergerà dall’assemblea del 24-25 gennaio, l’invito a movimenti, collettivi, realtà sociali è di non aderire a “Contro i re e le loro guerre” per non cadere nell’ennesima trappola costruita dalla sinistra istituzionale per soffocare sul nascere qualasiasi movimento rivendicativo che metta in dubbio il capitalismo e lo stato borghese che ne è garante.


Mamdani, la metropoli e una lezione per noi

Mamdani il socialista?

Sgombriamo subito il campo dagli equivoci: la vittoria di Zohran Mamdani alle elezioni per il sindaco di New York non è la vittoria del socialismo, come ha starnazzato la destra di qua e di là dall’oceano Atlantico.

Per chi conosce il mondo politico degli Stati Uniti, non è nemmeno sorprendente che un candidato considerato alla stregua di una reincarnazione di Lenin sia in realtà perfettamente allineato alla linea politica dell’impero quando si tratta di guardare al giardino di casa, come già visto per personaggi come Bernie Sanders o Alexandria Ocasio-Cortez, i due esponenti più famosi di quei “socialisti democratici” che rappresentano di fatto lo schieramento più a “sinistra” dell’arco politico parlamentare statunitense.

Mamdani ha vinto le elezioni con un programma sicuramente di rottura, teso interamente ad affrontare la tematica del costo della vita, che da centrale in tutto il mondo occidentale diventa questione di vita e di morte a New York, il centro del centro imperialista. Ma se questa rottura è rappresentata solo da un leggero incremento della redistribuzione della ricchezza, fatto di blocco degli aumenti degli affitti, sostegno alimentare e mezzi pubblici gratuiti – tutte iniziative lodevoli, sia chiaro, e che sarebbe bello vedere anche nelle nostre città – senza mettere in discussione la struttura economica che ha prodotto queste storture, possiamo veramente parlare di rottura?

Mamdani il “pompiere”

Vista più da vicino, l’operazione Mamdani non è poi dissimile da quanto succede in Italia quando le forze della “sinistra”, parlamentare e non (PD e CGIL su tutte), sfruttano la potenza del loro apparato per mettersi alla testa di fenomeni, grandi o piccoli, che esprimono esigenze di rottura con l’ordine della democrazia borghese con il solo scopo di ricondurli all’ovile; l’esempio più recente ovviamente è dato dal tardivo accodarsi della CGIL allo sciopero generale per la Palestina del 3 ottobre, una convocazione arrivata unicamente per togliere al sindacalismo di base la paternità della data e far rientrare la mobilitazione massiccia sviluppatasi in quelle settimane su di un binario di compatibilità democratica, in cui la fine del genocidio si accompagnava inevitabilmente alla condanna di Hamas, alla soluzione dei due Stati e al diritto internazionale, tutte questioni evidentemente superate dalla Storia. Tentativo riuscito in solo in parte, perché se è pur vero che le parole d’ordine inoffensive della CGIL hanno offerto al governo una via d’uscita facile a livello mediatico, le masse scese in piazza in quei giorni hanno espresso concretamente una piattaforma ben più radicale.

Il filo conduttore che lega le elezioni per un sindaco a migliaia di km da qui e uno sciopero generale internazionalista è la volontà da parte della “sinistra” istituzionale di rappresentare l’inevitabilità del capitalismo, di affermare che questo sistema non può essere superato e che dando loro il voto si potrà perlomeno riformarlo. In altre parole, il ruolo del pompiere.

E proprio perché la figura di Mamdani ricopre quella funzione pacificatrice dei conflitti di classe il PD e i suoi alleati ne hanno esaltato la vittoria, innalzandolo ad esempio per una nuova riscossa, perchè in Italia, in fondo, c’è sempre una campagna elettorale da fare.

Che lezione trarre dalle elezioni di New York

L’analisi del voto per il sindaco di New York parla chiaro: Mamdani ha vinto soprattutto nei quartieri popolari, tra i lavoratori, gli immigrati e le minoranze; se una parte di questo voto può essere “associativo” – dopotutto Mamdani stesso è un immigrato appartenente ad una minoranza – è innegabile come la vittoria sia dovuta alle parole d’ordine della sua campagna.

New York è forse la metropoli per eccellenza, il centro primario dell’accumulazione del capitale, e come tale è il luogo al mondo dove è più spinta l’estrazione di valore, che produce lavoro povero, gentrificazione, espulsione di poveri e minoranze dalla città, speculazione immobiliare ecc.

Su scala minore in senso assoluto ma forse non in termini relativi, questi fenomeni sono replicati anche nelle grandi città italiane, in cui a partire dalla crisi del 2008 il grande capitale italiano ha dato un’accelerazione devastante ai processi di messa a valore dello spazio fisico delle città. Questo meccanismo è forse più evidente, e incide di più, nelle grandi città del nord, dove l’espulsione delle fasce più povere di popolazione verso le periferie è avvenuta a suon di “riqualificazioni” di vecchie aree industriali – Milano soprattutto, con la speculazione immobiliare ormai completamente fuori controllo, ma anche Torino o Genova – e nelle cosiddette “città d’arte” come Venezia, Roma e Firenze, in cui la domanda di alloggi turistici ha prodotto l’effetto di desertificare i centri storici e poi a cascata le zone limitrofe, rendendo ormai impossibile ai lavoratori del settore (spesso in nero e con salari generalmente bassi) di potersi permettere un affitto.

E se la situazione abitativa è pessima, non va meglio al resto: è di oggi la notizia che dal 2021 i prezzi degli alimenti sono saliti del 25%, mentre i salari reali sono calati del 7,5%.

In sintesi, i problemi che hanno portato Mamdani a diventare sindaco di New York sono reali, oltreoceano come nelle città italiane.

E nel caso delle città italiane il responsabile è quasi sempre il Partito Democratico, che le grandi città le ha governate quasi tutte negli ultimi anni, proponendo sempre e solo un modello fatto di valorizzazione della rendita immobiliare, di turismo e del lavoro povero che esso genera e di repressione violenta di tutte le forme di incompatibilità con l’ordine borghese della metropoli1, a suon di sgomberi, Daspo urbani e sfratti.

Parole d’ordine chiare per un programma chiaro

Se le parole d’ordine sono chiare, è di vitale importanza impedire alla sinistra elettorale, a cui l’ipocrisia di certo non manca, di farle sue per scopi di campagna elettorale: vale per il PD come per quelle forze che a parole si presentano come diverse salvo poi correre in coalizione.

Per impedirlo è fondamentale che il movimento di massa nato con gli scioperi solidali con la Palestina – e che è atteso alla prova del nove a fine mese – costruisca un suo programma politico che metta al centro le necessità delle classi lavoratrici, coniugandole con la solidarietà internazionalista e l’opposizione alle guerre imperialiste di USA e NATO.

Si parla di programma politico, ma non di elezioni: lo scopo non deve essere quello di mettere un rappresentante in qualche consiglio comunale o in parlamento a fare compagnia ai soprammobili, ma di far fruttare le enormi energie che abbiamo visto essere presenti nella classe operaia nelle scorse settimane per imporre al dibattito pubblico questo programma, per rendere i bisogni di lavoratori e lavoratrici l’obiettivo delle lotte che vengono condotte e per sviluppare ulteriormente il programma, in un ciclo continuo tra elaborazione teorica ed azione politica che deve risvegliare la coscienza di classe sopita e preparare la spallata al sistema capitalista.

  1. Termine qui usato un po’ largamente, ma ci siamo capiti ↩︎