Al di là dell’antifascismo politico

Una breve nota introduttiva

Il testo che segue è una traduzione di un articolo apparso originariamente in tedesco a luglio 2024 e in inglese a novembre 2024 su http://inferno.noblogs.org. Personalmente, ne sono venuto a conoscenza dalla traduzione francese, che è di giugno 2025, motivo per cui questa traduzione arriva a oltre un anno e mezzo dalla pubblicazione del testo originale.

Ho deciso di tradurre questo testo, nonostante diversi passaggi mi trovino in totale disaccordo, per due motivi: il primo è che non mi risulta esista, ad oggi, una traduzione in italiano di questo documento; il secondo è che più le idee circolano e più questo è utile al dibattito necessario per ricostruire un’alternativa di classe e rivoluzionaria.

Sul metodo: non parlando tedesco la traduzione l’ho fatta dal testo in inglese; ho cercato di limitare al massimo annotazioni personali, ma quelle che ci sono si trovano nelle note a pié di pagina insieme a quelle del testo originale. Per evitare confusione, le mie annotazioni sono in corsivo.

Da qualche parte
Gavroche

Il futuro del fascismo e la totalità capitalista

Partiamo dall’ovvio: la violenza brutale dei gruppi fascisti minaccia ed uccide persone, a prescindere dalle aspirazioni o da quanto siano isolati questi gruppi. Fino a quando questa sarà una realtà, è necessario un antifascismo militante per fermarli. Questa necessità rende ancora più tragico il modo in cui la repressione statale in Germania è stata in grado di attaccare ed in alcuni casi di smantellare strutture antifasciste non ostacolate in anni recenti. A parte la solita dichiarazione di solidarietà, ci sono state poche reazioni, e di certo nessun riferimento strategico all’antifascismo militante. La mobilitazione lunga mesi verso il giorno X della sentenza nel processo Antifa Ost si è rivelata un fiasco, qualcosa che sfortunatamente nemmeno i piccoli scontri serali di quel weekend possono nascondere. Ma anche prima che potesse iniziare una riflessione sulla loro stessa incapacità di agire, si è compiuta una transizione senza sforzi dalla militanza annunciata al vittimismo davanti al cordone di polizia.

Il contrasto tra la solitudine degli antifascisti arrestati e le proteste di massa del “Siamo di più” non avrebbe potuto essere maggiore. Anche se le seconde sono dovute prevalentemente ad una paura virale e liberal-borghese davanti all’ascesa di AfD, è stato d’impatto vedere come gruppi che si definiscono di sinistra radicale e antifascisti siano stati in grado di integrarsi nella mobilitazione senza problemi e senza grandi dibattiti. In effetti l’alleanza molto larga che si è creata spontaneamente in questo caso, fino ad includere elementi del governo, corrisponde alla visione strategica del movimento antifascista fin dall’autoscioglimento dei vecchi gruppi Antifa un decennio fa. Come abbiamo poi visto questa strategia non è stata in grado né di impedire l’ascesa di AfD né lo spostamento razzista vero destra portato avanti dai partiti borghesi senza il coinvolgimento di AfD. Anche al culmine delle proteste contro AfD ad inizio 2024, la stretta razzista della legislazione è stata votata senza alcun imbarazzo della sinistra di governo o di movimento unite in solidarietà. Le mobilitazioni di campo largo continuano dunque ad essere una strada senza uscita.

Questo si è visto anche durante il civile e semiobbediente blocco contro la conferenza di AfD ad Essen (città della Germania occidentale), in cui gli slogan della mobilitazione corrispondevano alla lettera agli sforzi di dieci anni prima contro le conferenze di AfD a Colonia ed Hanover, quasi come se Facebook avesse ricordato a qualcuno del suo selfie alla manifestazione. Di conseguenza tutto questo si è riflesso sulla protesta in sé. L’alleanza di protesta dei “Wiedersetzen”1 si è lodata dichiarando “abbiamo detto ciò che avremmo fatto e lo abbiamo fatto”. Il consenso sull’azione definisce le manifestazioni a priori, perché durante lo svolgimento non si verifichi niente di imprevisto. Il bisogno di controllo da parte dei gestori del movimento segue la stessa logica del lavoro di polizia predittiva in corso di sviluppo. Niente deve disturbare la messa in scena dello spettacolo, che viene sempre presentato come un successo a posteriori tramite un lavoro di pubbliche relazioni verso l’esterno e di invocazione patetica verso l’interno. Lo spettacolo stesso d’altronde non vuole disturbare nulla, salvo un po’ l’AfD. Ma di ceto non la normalità razzista, anch’essa rappresentata alle manifestazioni di Essen da figure come quella del sindaco in quota CDU e di rappresentanti delle aziende, i quali vedono AfD più che altro come un rischio economico per la città.

Nessuna riforma del CEAS2 che esternalizza le procedure di asilo in campi fuori dai confini dell’UE, nessuna “legge di miglioramento dei rimpatri” che priva le persone dei loro diritti per favorire deportazioni di massa, nessuna carta per i pagamenti che ha lo scopo di rendere le vite dei rifugiati più difficili fino alla disperazione cambieranno il fatto che coloro che votano e mettono in pratica queste leggi verranno ancora una volta ben accolti al prossimo presidio per bloccare AfD. Questo vuole dire che coloro che non vogliono le deportazioni continueranno a scendere in strada con coloro che ne vogliono di più, per protestare contro chi ne vuole ancora in maggior numero. Per quanto sia assurda questa situazione, continuerà a stabilizzarsi perché stabilizza tutte le parti coinvolte.

Il buono, il brutto, e il male minore

AfD può continuare a presentarsi come lo sfavorito in una battaglia culturale contro un’alleanza onnipotente della società civile e del governo che si sposterebbe verso sinistra3. Questo è reso ancora più facile dalla costellazione di “neoliberalismo progressista” che si può osservare anche a livello internazionale. L’accoglimento di istanze di riconoscimento culturale, insieme all’adozione di linguaggi propri dei movimenti di sinistra e femministi e a concessioni simboliche sono le tecniche con cui i governi si presentano come progressisti. E i movimenti di sinistra non riescono a pensare a qualcosa che non sia il diventare guardiani di queste tecniche governative.4

Nonostante tutto, questa costellazione e la sua facciata di progressismo sociale, moralità e democrazia – centrali nell’immagine dei Verdi – hanno sofferto a causa dell’inasprimento delle politiche di asilo e migratorie. Una società civile progressista ed attiva ha un ruolo importante nel fare da pilastro dell’egemonia politica e da mediatrice delle politiche governative verso la popolazione. La crisi nella società civile è collegata al fatto che i Verdi, un tempo suoi alleati, ora sostengono politiche contro le quali in passato ci sono state proteste da parte della società civile. Allo stesso tempo, la società civile progressista è necessaria per il progetto futuro di modernizzazione ecologica del capitalismo. Le mobilitazioni contro AfD riuniscono nuovamente insieme governo e società civile sulla base propria del neoliberalismo progressista: un antirazzismo simbolico e svuotato di ogni contenuto, utile a celare e infine a legittimare delle vere politiche razziste.

La sensazione di fare finalmente parte, dopo anni di stagnazione, di un movimento dinamico è una tentazione troppo grande per la sinistra radicale della società civile per potervi resistere. La risparmia inoltre dall’amara riflessione che la loro strategia verso AfD ha fallito, ricoprendo piuttosto un ruolo specifico nello slittamento verso destra della borghesia. Un esempio di tutto questo è una citazione del portavoce di una alleanza antifascista nei giorni precedenti ad una delle più grandi manifestazioni contro AfD: “Non dovremmo più occuparci di chi ha commesso quali errori e ha reso AfD così forte”. Ciò che conta ora è che la società difenda i suoi principi fondamentali e la democrazia. E riguardo la mobilitazione contro la conferenza di partito di AfD un portavoce della Sinistra Interventista (organizzazione tedesca della cosiddetta sinistra radicale) ha spiegato: “Ad Essen difendiamo la società dei molti, ed i suoi risultati sui diritti femministi, antirazzisti e climatici”. Più vengono dipinti a tinte scure i colori di un futuro con un possibile governo AfD, più sembrano rosee le condizioni attuali. Il fatto che la sinistra, con questo comportamento, non solo si scusi per i suoi fallimenti, ma anche per le politiche dei governi borghesi, è il prezzo che è disposta a pagare per poter formare alleanze.

Mai più

Sia l’interesse ad assolversi dalle proprie colpe, sia il desiderio incondizionato per politiche di campo largo sono legate ad una specifica visione della storia e del tempo da parte della sinistra. L’AfD appare come una ripetizione storica dell’NSDAP. Citazioni di Bertolt Brecht e di Erich Kästner vengono usate dappertutto come un avvertimento contro l’avvento del fascismo. “Mai più è ora” è lo slogan centrale della mobilitazione in molti luoghi. Secondo la tradizione e la memoria, si racconta che furono i prigionieri dei campi di concentramento, una volta liberati, a gridare “mai più” alla cerimonia commemorativa di Buchenwald di aprile 1945, dove fu scritto il “Giuramento di Buchenwald”, che dice: “Smetteremo di lottare solo quando l’ultima persona colpevole si troverà davanti ai giudici di popoli e nazioni. Il nostro slogan è la distruzione del nazismo e delle sue radici. Il nostro obiettivo è la costruzione di un nuovo mondo di pace e libertà. Lo dobbiamo ai nostri compagni uccisi ed alle loro famiglie.” È prima di tutto per coloro che sono stati assassinati in passato che bisogna agire, non per coloro che sono minacciati dal futuro. Solo la distruzione del nazismo e delle sue radici (!) può fare giustizia ai caduti ed allo stesso tempo rompere il circolo vizioso della storia che produce il fascismo e ne rende possibile la ripetizione. La difesa della democrazia esistente come un male minore di fronte all’incombente fascismo di AfD esprime una visione completamente diversa della storia. L’unica possibilità di un futuro buono risiede nel perpetuarsi del presente borghese. “Mai più è ora” – per sempre. Il perpetuarsi di una società basata sullo sfruttamento globale ed il colonialismo, che produce costantemente nuove guerre e campi, la sofferenza di coloro che muoiono di fame, annegati, emarginati e razzializzati all’interno di questa società e a causa di essa, sembra essere un prezzo accettabile per evitare il futuro.

Gli anni Trenta sono davanti a noi

Questo titolo potrebbe essere quello di un articolo odierno o di un volantino antifa, ma è invece il titolo di un seminario del filoso francese Gérard Granel del 1989. Granel considerava la provocazione contenuta nel titolo così ovvia da non aver paura di essere travisato:

Certamente non sto dicendo che i fenomeni storici di fascismo, nazismo e stalinismo sono solo apparentemente scomparsi e stanno invece aspettando dietro le quinte del futuro, in attesa di tornare e trascinarci tutti con loro. Qui non si tratta di un ‘ritorno del reale’ – un’idea che, coincidentalmente, è sempre sbagliata se vogliamo pensare alla storia, e ancora di più se la dimensione storica in oggetto è quella del futuro. Il futuro non ha forma. Perciò relazionarcisi non dovrebbe mai essere pensato come un tentativo di predire ‘cosa ci succederà’.”5

Granel è preoccupato da qualcos’altro, ovvero l’avvicinarsi all’essenza della modernità attraverso la comprensione della possibilità, secondo la quale la possibilità (possibilitas) è la stessa cosa dell’essenza (essentia). L’esistenza possiede diverse “modalità di esistere”. Granel vede l’essenza della modernità borghese nella combinazione di lavoro, riccheza ed infinito, nella forma di produzione illimitata. Una volta stabilito, il principio della logica del profitto genera una dissoluzione dei confini6 che sottomette ogni area del mondo a questa logica. Il denaro si deve moltiplicare in ancora più denaro attraverso la merce; per farlo è necessario aprire costantemente nuovi campi e mercificarli. Granel parla della “crescente colonizzazione di ogni area del mondo interiore mediante la ‘totalizzazione dell’infinito’ che guida la nostra storia (e tutte le nostre storie)”7. Al di là della sfera della produzione commerciale, non ci può nemmeno essere una realtà in politica, arte, istruzione o religione che non debba obbedire ad una logica commerciale.

Ma dal momento che la natura astratta ed infinita di questa logica, che ora opera in ogni attività umana come il suo ‘lato commerciale’, non ha nulla a che fare con le proprietà interiori ed i bisogni essenziali delle sfere d’azione che ho elencato, succederebbe ciò che Aristotele aveva già capito sarebbe inevitabilmente accaduto se una sola goccia di infinito fosse stata aggiunta ad un qualcosa di finito: la sparizione del finito mediante una furiosa delimitazione.”8

Nel contesto storico della Repubblica di Weimar, Granel vede un chiaro bisogno di totalità proveniente da due movimenti. In prima battuta il movimento della totalità della produzione, dell’intensificazione dell’impiego di forza lavoro, dell’inseguimento alla modernizzazione fordista la quale, se paragonata a Francia, Gran Bretagna e USA, non ha avuto una mediazione normativa che avrebbe permesso alla classe lavoratrice di “combattere e processare simultaneamente una così rapida accelerazione della produzione infinita”9. In seconda battuta, il bisogno di mantenere tutto sotto controllo davanti alla rapida dissoluzione dei confini, e questo nel contesto di una costruzione politica della Repubblica di Weimar, nella quale segmenti eterogenei della popolazione si sono trovati spinti senza essere tenuti insieme da una alleanza politica cresciuta storicamente, un immaginario funzionante, come Granel descrive la totalità politica dello Stato. Questa è la ragione “per cui la mancanza di unità diede vita già prima della crisi del 1929 al desiderio di uniformità sociale e leadership politica per elevare la Germania al suo più alto livello di produzione e modernità tecnologica e renderla finalmente una nazione forte nella storia”10.

Granel sottolinea che “solo alcune delle configurazioni che hanno causato la prima esplosione del mondo negli anni ’30 in alcuni dei suoi punti deboli”11 sono trasferibili al giorno d’oggi. Una differenza decisiva potrebbe essere dovuta al fatto che la pesante caduta del saggio di profitto negli anni intorno alla crisi economica del 1929 conteneva le possibilità della sua controtendenza: la distruzione produttiva causata da crisi e guerre, l’integrazione del Sud Globale in forma imperialista e decoloniale all’interno dei mercati globali, la proletarizzazione della popolazione, l’arruolamento delle donne nella produzione attraverso l’uguaglianza borghese, gli aumenti di produttività tramite innovazioni scientifiche e tecnologiche e attraverso una intensificazione dello sfruttamento della forza lavoro12.

Quando la crescita economica si è esaurita la conseguente crisi dei profitti degli anni ’70 è stata superata dal neoliberalismo, a conseguenza del quale la produzione industriale ha visto un declino. In compenso la finanziarizzazione e la rivoluzione della logistica hanno portato al dominio del settore della circolazione come sfera egemone dell’accumulazione capitalista, come scrive Joshua Clover13. Con la dissoluzione del compromesso di classe politico-economico proprio del fordismo, il neoliberalismo ha smantellato simultaneamente le organizzazioni di massa e il concetto di pianificazione sociale in tutti i campi dall’architettura alla pianificazione urbana, dalla gestione dei media alla sanità pubblica e l’igiene sociale fino all’ambito familiare. Questo è anche il terreno del fascismo storico, e semplicemente non può essere ricostruito.14

Fine della corsa

Oggi sta diventando sempre più chiaro che anche il ciclo di innovazione neoliberale si è esaurito e che le sue crisi vengono solo posticipate, al costo di bolle finanziarie ancora più grandi e di piani di salvataggio statali. Il bisogno intrinseco da parte del capitale di una rapida dissoluzione dei confini si sta scontrando con una stagnazione profonda dell’economia e una caduta del saggio di profitto. “Le percezioni ingannevoli che danno l’impressione che la vita si stia ancora muovendo velocemente hanno origine dal fatto che l’accelerazione è stata sostituita da cicli di produzione più brevi. Gli investimenti devono rendere nel breve periodo, e l’economia si muove nervosamente in cicli sempre più piccoli”15, scrive Hans-Christian Dany. L’euforia intorno a termini come “seconda età delle macchine” o “industria 4.0” crea l’immagine rivoluzionaria di nuovi dispositivi e tecnologie i quali, come evidenzia Jason E. Smith, alla prova dei fatti non portano alcun guadagno di produttività e vengono usati in produzione soltanto come strumenti di sorveglianza16. La continua esistenza di un surplus di popolazione che non ha accesso ad un lavoro stabile e la proporzione crescente di questa popolazione che non viene mobilitata dal capitale verso un impiego produttivo nemmeno durante i brevi periodi di crescita sono un ulteriore indicatore del fatto che la mobilitazione del capitale è in crisi, come scrive Endnotes in un contributo ancora non pubblicato al Non Kongress di Berlino17. “La stagnazione è uno stato di non-movimento”. Ma il capitale non può permettere che questo stato persista, non è niente se non è in moto, deve costantemente espandersi, crescere oltre i suoi limiti, aprire nuovi spazi ancora non mercificati.

In un mondo in cui i territori geografici non esplorati dal capitalismo continuano a ridursi, sono i nostri stessi corpi a diventare terreno di conquista capitalistica. Ciò che viene colonizzato oggi sono le nostre anime, le nostre emozioni, i desideri, le relazioni e le interazioni tra noi, che vengono misurate, standardizzate e scambiate sul mercato sotto forma di dati. Questa mobilitazione del capitale non si riferisce più principalmente ai lavoratori salariati e alle merci nei luoghi di produzione, ma estende la produzione totale all’intera società mercificando le interazioni tra persone. La scienza delle relazioni tra esseri viventi organici e il mondo esterno è l’ecologia. Questo è il motivo per il quale in passato abbiamo esaminato la connessione tra l’appropriazione biopolitica della terra e l’estrattivismo verde, l’ecologizzazione della società che va di pari passo con l’attuale distruzione del mondo, secondo il concetto di un regime di accumulazione ecologico18. Non sappiamo se un tale regime di accumulazione prevarrà in qualità di uscita temporanea dalla stagnazione e motore di crescita. Ciò che è decisivo per la nostra epoca è il tentativo di stabilire questo regime, nella possibilità che ci dà di riconoscere l’essenza, per tornare a Granel. Con la sua lettura potremmo descrivere la crescente consapevolezza dei limiti della natura e quindi della crescita fin dagli anni ’70 come di una “spinta verso la finitezza”19 e la sua relazione con il business delle tecnologie verdi che è emerso nello stesso momento. Perché un capitalismo basato sulla mobilitazione totale ed infinita non può accettare limiti, né di fermarsi o di regredire. Questo è il motivo per cui la risposta all’intrusione della finitezza non è la decrescita, ma l’illusione dell’infinito. Ed è per questo che si svolgono ricerche su come liberarsi della CO2 nel terreno, negli oceani e nella stratosfera20. È per questo che non produciamo meno rifiuti, ma troviamo costantemente nuovi luoghi per immagazzinarli. È per questo che le miniere di terre rare scavano sempre più in profondità ogni volta che vengono indicate come strumento di sostenibilità. È per questo che la distruzione del mondo aumenta, proprio quando la sua protezione ecologica sta diventando il paradigma guida della società. Non è una coincidenza che il bisogno di controllo cresca parallelamente con la dissoluzione dei confini e che la logica di predire il futuro si stia allargando a sempre più campi, come ad esempio la polizia predittiva, il lavoro giudiziario o la sorveglianza dello spazio pubblico21.

Tutto considerato, questo significa che è più facile trovare estremisti di destra con un progetto per il futuro tra qualche transumanista della Silicon Valley o tra i malthusiani verdi che non nei gruppi parlamentari dei fascisti europei. Ma questo significa ancora di più che la possibilità di una mostruosa combinazione del bisogno totale di una dissoluzione modernizzatrice dei confini e allo stesso tempo di controllo autoritario di questo processo può essere data dall’ecologizzazione e dal suo accesso biologico e tecnologico22. Possiamo anche arrivare a questa specifica configurazione da un altro campo. Endnotes ci indica un certo modo in cui il capitale reagisce quando l’economia rallenta. Tende ad accelerare la mobilitazione fino al punto della guerra e della distruzione.

… come la nuvola porta la pioggia”?

Non dimentichiamoci che il passaggio di Mussolini dal socialismo al fascismo ha avuto inizio con la sua richiesta che l’Italia entrasse nella Prima Guerra Mondiale. La processazione dell’esperienza di guerra ha giocato un ruolo chiave nell’emergere della base di massa fascista, che fosse nella forma dei soldati di prima linea dei Freikorps tedeschi o degli Arditi italiani (anche se di questi c’è stata anche una versione antifascista, gli “Arditi del Popolo”) o nella forma della generazione più giovane, che evitò di poco il servizio attivo in guerra e sviluppò come conseguenza un militarismo fanatico. La glorificazione della guerra, il desiderio di morte ed un culto della virilità soldatesca giocarono un ruolo decisivo nel fascismo sia sul piano individuale che collettivo. Il Manifesto futurista, preso come ispirazione ideologica dai fascisti italiani, dichiara: “Vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna.” Ma la guerra non rimase al livello di ideologia e propaganda. Prese una dimensione politica concreta che combinava la dominazione geopolitica del territorio con l’idea demografico-etnica di conquistare lo spazio vitale. In Italia questo era la dimensione di un nuovo impero Romano-Italiano nel Mediterraneo, che portò alla guerra in Abissinia del 1935, storicamente la transizione tra una guerra coloniale in ritardo e il prototipo della guerra totale. In Germania, la conquista di una zona di popolamento etnico ad est includeva l’obiettivo della schiavizzazione genocida delle popolazioni slave ed il cancellamento totale della popolazione ebraica. Allo stesso tempo il fascismo in Germania ed Italia si trovava in una rivalità imperiale chiaramente definita con Gran Bretagna e Francia.

La differenza con il presente è lampante. Certo, il culto della virilità militaresca e l’idea dell’esercito come di una scuola per la nazione hanno sempre un ruolo. L’attrazione reciproca tra fascismo ed esercito è evidente ed il risultato è preoccupante, con l’estrema destra armata e presente negli ambienti dell’esercito. E il fascista da divano davanti alla televisione vorrebbe perlomeno vedere l’esercito schierato ai confini per tenere fuori i rifugiati. Ma non sono stati necessari i fascisti per l’armamento e la difesa brutale della Fortezza Europa. Ed i moderni progetti di espansione imperiale si trovano ideologicamente e politicamente nel campo borghese, in particolare nel campo verde-liberale. Le idee più aggressive sul dispiegamento di truppe in Ucraina, la sempre crescente domanda per il riarmo e perfino l’allusione ad azioni militari dirette vengono tutte da questo campo, che pratica l’imperialismo da decenni, dalle politiche sull’Africa della Francia fino al dominio della Germania sull’Europa sudorientale. La sempre più probabile guerra per Taiwan non sarà combattuta per il controllo del territorio e della sua popolazione, non in nome dell’espansione nazionale, ma nel nome dell’ecologizzazione controllata digitalmente, per il controllo delle materie prime e della produzione di semiconduttori necessari a questo processo.

Il fascismo europeo d’altra parte non ha un progetto imperiale. È sulla difensiva storica, lontano dal suo brutale utopismo giovanile. Il ritorno al passato come visione storica del fascismo è superato. Il futurismo non può più influenzare ideologicamente il fascismo di oggi, perché questo ha perso il futuro. “Cento anni dopo, l’espansione è finita, all’impeto conquistatore si è sostituito il timore di essere invasi dai migranti stranieri”, come scrive Franco Bifo Berardi. “Quello che avanza è geronto-fascismo: il fascismo dell’epoca senile, il fascismo come reazione rabbiosa alla senescenza della razza bianca.”23

I partiti di estrema destra hanno un approccio tra il contraddittorio ed il pragmatico ai progetti di guerra dei governi borghesi. Ovviamente c’è una critica alle “ingerenze straniere” nella politica estera nazionale, la richiesta di usare i soldi per “il nostro popolo”, il mal nascosto simpatizzare per il nazionalismo macho di Putin, ecc. ma in caso di dubbi, queste posizioni possono cambiare radicalmente se serve a facilitare l’ascesa al potere. Quello che ha fatto la Meloni in Italia con il suo supporto alla guerra in Ucraina, lo sta facendo anche Bardella in Francia. Chiaramente la partecipazione del geronto-fascismo alla guerra non può essere esclusa. Ma non è la forza motrice su questa strada.

Piacere senza limiti

Se la possibilità di individuare una funzione analoga per la modernizzazione del capitale a quella operata dal fascismo storico nel XX secolo è oggi rappresentata dalla mobilitazione digitale ed ecologica, allora c’è un fondo di verità nella polemica sul fascismo verde o liberale24. Altra questione è se questa analogia con il fascismo sia utile da un punto di vista analitico. Il modo in cui le regole vengono fatte rispettare e l’egemonia viene organizzata è certamente diverso. Sebbene i social media siano usati con successo dai milieux fascisti, essi funzionano in modo completamente diverso rispetto alla propaganda centralizzata di radio e giornali propria del XX secolo. Tutte le organizzazioni tradizionali di massa nella sfera politica e prepolitica stanno perdendo iscritti e significato e giocano un ruolo molto minore nel fascismo odierno (con l’eccezione significativa dell’RSS in India).

I moti del ’68 hanno dato il via ad una messa in discussione dei valori tradizionali, delle norme repressive, delle strutture conservatrici e dell’autorità. Nel tempo però questi tentativi di liberazione sono stati ribaltati e sono diventati, nel neoliberalismo, la base per una modernizzazione delle regole che vengono interiorizzate dal singolo e non più percepite come un’autorità esterna, basandosi invece su tecniche di automiglioramento costante. Lacan parlerebbe di morte del padre. Con l’autorità paterna scompare un ordine simbolico che ha regolato il piacere attraverso il divieto, contro il quale la tradizionale protesta antiautoritaria della sinistra ha avuto origine.

È tuttavia questo ordine di divieto e legge ad essersi ormai completamente eroso: non esiste più. È stato sostituito da un imperativo neoliberale di piacere e di “dibattito universitario”, ovvero un controllo egemonico da parte di esperti, tecnocrati e scienza. La sinistra trova molto più difficile affrontare questo tipo di dominio, specialmente da quando questo si è modernizzato integrando e rovesciando l’emancipazione propria della sinistra. Il dominio invece riproduce determinate restrizioni sul piacere all’interno di una relazione reciproca con il dibattito degli esperti, che è dominante e continua ad influenzare e modernizzare sul piano del linguaggio, per esempio. Questo è particolarmente chiaro nel dibattito sul clima o nell’affrontare le misure del periodo pandemico.

La destra invece, che ha sempre avuto difficoltà nel ribellarsi e nelle proteste di piazza dopo la seconda guerra mondiale a causa della sua identificazione con l’autorità statale, oggi ha successo perché organizza la protesta contro gli esperti e i loro divieti, veri o presunti. Nessuno deve regolamentare il mio “Schnitzel”, la mia auto diesel, il mio linguaggio o la mia playlist. La relazione contraddittoria tra la concessione del piacere contro le restrizioni e il bisogno allo stesso tempo di controllarlo spiega perché figure come Berlusconi o Trump siano celebrati dal loro elettorato conservatore-religioso, nonostante violino apertamente una qualsiasi concezione della sessualità come legata alla sfera del matrimonio e della famiglia.

È necessario analizzare con precisione quale forma prende il dominio autoritario in ciascun caso, su cosa si basa l’approvazione di leader autoritari – come Bolsonaro – e quali bisogni sociali soddisfino. Adolf Hitler, ad esempio, era l’incarnazione della classica figura del leader autoritario, il padre severo, ascetico e punitivo che guidava le masse come un buon pastore (un vecchio simbolo cristiano). Le forme di potere odierne di autodirezione, autocura o anche il “dibattito universitario” costituiscono nuove forme di leadership autoritaria. Incarnano spesso la figura di un individualismo autoreferenziale che emana apertamente desiderio e piacere, e in cui la figura del leader mostra apertamente il suo carattere macho, la sua potenza sessuale (e relativa omofobia) e il suo successo economico, e li trasforma nella “prova” della loro superiorità.

In questo modo protesta e obbedienza possono coesistere nello spazio della destra, mentre non è stato possibile farlo nella tradizionale opposizione tra politiche conservatrici ed emancipatorie. Questo è il motivo per cui la protesta di destra va di pari passo con la richiesta di obbedienza e sottomissione, ad esempio sotto forma di una legislazione più restrittiva sull’aborto o divieti per i matrimoni omosessuali. Allo stesso tempo questi divieti vengono presentati come una liberazione: dallo “stato assassino”, per esempio, o dalla visibilità dell’omosessualità nello spazio pubblico. Questa forma politica della destra non ha successo perché fornisce una migliore visione del mondo, ma perché la accompagna ad una forma di piacere che la sinistra ad oggi non può offrire.

Un totalitarismo postideologico

Oggi il capitalismo non agisce più attraverso una ideologia che lo legittima, come hanno fatto in passato la religione, il nazionalismo o il liberalismo25. Ma questo non significa che le cose debbano essere caratterizzate da un minor autoritarismo. Anzi, i limiti fattuali (Sachzwang) che hanno rimpiazzato l’ideologia, proprio perché non sono più giustificati da questa e quindi non sono più discutibili sul piano politico, stabiliscono una forma di governo senza alternativa all’amministrazione razionale. Qualsiasi cosa contraddica una realtà senza alternative deve quindi essere dipinta energicamente come assolutamente irrazionale e dannosa per la società, totalizzandola ulteriormente. Massimo Recalcati lo chiama totalitarismo postideologico. Le costellazioni di amici e nemici possono essere alterate a piacere, ma allo stesso tempo tendono ad includere sempre coloro che non sono utilizzabili nella prospettiva del capitale e quindi rappresentano un pericolo senza potenziali benefici, ovvero il surplus (razzializzato) di proletariato.

Il fascismo non è l’opposto di questa democrazia capitalista totalizzante, oggi meno che mai. La sua idea è di espandere solo quantitativamente i progetti del neoliberalismo. La difesa omicida contro le migrazioni ai confini, l’espulsione di cittadini e le deportazioni forzate, gli attacchi al sindacalismo e al diritto di sciopero, l’umiliazione socialsciovinista dei poveri e della popolazione in surplus, l’espansione dello stato di polizia con un numero sempre maggiore di morti a causa della violenza poliziesca. Chi può dire a chi ci riferiamo in ogni esempio? Renzi o Meloni? Macron o Bardella? Trump o Obama? Il futuro o il presente?

Questo si applica anche alla minaccia che il fascismo al potere potrebbe riformare la costituzione, abolire le leggi e i diritti umani che lo inibiscono e perpetuare il suo dominio. Ma è stato Renzi a spingere per una riforma costituzionale autoritaria in Italia, e Macron a governare contro la resistenza sociale a colpi di decreti presidenziali.

Ernst Fraenkel, avvocato e scienziato politico di origini ebraiche, ha usato il concetto di “doppio stato” per descrivere la trasformazione dello stato di emergenza durante il dominio nazista. Ha analizzato uno Stato discrezionario in cui tutte le categorie giuridiche venivano rimesse in discussione non appena ostacolavano le politiche naziste, e in cui questo aspetto politico non era codificato legalmente ma veniva ridefinito all’occorrenza. Allo stesso tempo continuava ad esistere uno Stato normativo in altri settori, ad esempio quello dell’economia, in cui le leggi, le sentenze e gli atti amministrativi rimanevano validi. Nonostante le strutture dello Stato discrezionario siano intervenute ripetutamente in altri settori, lo Stato normativo non è mai stato abolito del tutto perché questa abolizione non sarebbe stata utile ai nazisti. Fraenkel vede quindi lo stato di eccezione come un qualcosa di non limitato a uno specifico settore della società e nemmeno a una specifica congiuntura storica.26

Nel 2007 lo storico Michael Wildt trovava il concetto di doppio stato “sorprendentemente rilevante anche nel XXI secolo. In fondo che cos’è Guantanamo se non un tentativo di creare un settore senza legge fuori dall’ordine costituzionale, in cui governi ‘la discrezionalità delle misure’?”27 Tuttavia la visione di Wildt secondo cui lo Stato del presente sia “in grado di riportare gradualmente sotto il rispetto delle leggi i settori dello Stato discrezionario” potrebbe sembrare eccessivamente ottimista, alla luce dell’ampliamento della legislazione antiterrorismo, della sospensione dei diritti umani e di asilo tramite l’espansione dei centri o la sospensione temporanea dei diritti fondamentali durante la pandemia da coronavirus28. D’altra parte la teoria del doppio stato potrebbe fornire un approccio diverso ad un concetto centrale nel lavoro di Walter Benjamin: “La tradizione degli oppressi ci insegna che lo ‘stato di eccezione’ in cui viviamo è in realtà la norma.”29

Communis hostis omnium

Ma quindi qual è la relazione tra fascismo e società borghese, se il primo non è l’opposto della seconda? Storicamente, il fascismo è un putsch controrivoluzionario di fronte alla minaccia rappresentata dai movimenti operai rivoluzionari per la società borghese. È stato quindi sostenuto dalle elite capitaliste e in parte dalle monarchie perché difendeva il dominio borghese, in un modo diverso, reazionario, basato sul terrore, ma mantenendo la forma capitalista. Oggi non c’è alcuna traccia di una sinistra rivoluzionaria di massa. Se ci sarà uno scossone al potere, questo verrà dai non-movimenti, dalle rivolte intense, spontanee, e dalla vita breve, “espressioni soggettive del disordine oggettivo dei nostri tempi.”30 Nelle rivolte contro le restrizioni covid a inizio 2021 in Olanda31 e nelle rivolte per Nahel32 i fascisti sono apparsi e sotto il naso dei poliziotti hanno attaccato violentemente i manifestanti per “ristabilire l’ordine”33. È precisamente questa la funzione dei fascisti che dobbiamo odiare e combattere, come parte del sistema e non come una minaccia allo stesso.

Mikkel Bolt Rasmussen descrive il fascismo di oggi in relazione ai non-movimenti come una protesta contro la protesta. Ispirato da George Jackson, vede il fascismo come una eliminazione a priori di una opposizione più radicale alla globalizzazione neoliberale e alla connessione tra capitalismo e stato nazione34. Questo è vero sia che operi fuori dai non-movimenti, sia che provi a diffondersi al loro interno. Ma tutto ciò non si applica anche all’antifascismo egemonico di oggi? Diversi non-movimenti sono stati denunciati dalla sinistra nel nome dell’antifascismo come di destra o misti, come per i gilet jaunes o le mobilitazioni contro i lockdown e green pass35. L’antifascismo viene regolarmente usato ovunque per spingere al voto per coalizioni di sinistra in risposta all’ascesa di partiti fascisti. Ma più è ampio il fronte popolare che dovrebbe fermare il fascismo, e più la sinistra viene identificata con il potere, meno viene vista come una possibile alternativa. E le politiche effettivamente attuate da queste coalizioni contribuiscono all’aumento dell’astensionismo e della percentuale di voti alla destra. In questo modo alle prossime elezioni l’alleanza dovrà diventare ancora più ampia, più totale. L’ultima farsa di questo processo è il Nouveau Front Populaire francese, e il fatto che sia sostenuto anche dall’antifascismo radicale di sinistra certifica quanto questo milieu si sia esaurito.

Dobbiamo abbandonare questo antifascismo perché si è legato inestricabilmente alla democrazia capitalista, che tiene il fascismo in vita come uno zombie. L’unico modo possibile per realizzare la promessa originaria dell’antifascismo è rompere questo legame. Questa non è una novità. Già negli anni ’20 Bordiga metteva in guardia sul fatto che la politica dei fronti popolari non poteva fermare il fascismo e avrebbe invece indebolito la lotta di classe rivoluzionaria, unica alternativa sia alla democrazia borghese che al fascismo. La critica di Bordiga dell’antifascismo, per quanto d’ispirazione, rimaneva legata alla subordinazione della lotta di classe all’organizzazione da parte del Partito Comunista. Tuttavia, con la scomparsa del movimento operaio come soggetto rivoluzionario storico, le lotte di classe legate ad esso hanno perso il loro carattere rivoluzionario.

Ciò che rimane della sinistra e non è completamente integrato rimane aggrappato ai vecchi concetti di movimento operaio, organizzazioni politiche di massa, scioperi e realpolitik socialista. Fa riferimento ad una classe lavoratrice atomizzata, a milieu che sono stati annientati, ad uno stato che ha abbandonato il suo ruolo di mediatore sociopolitico o di autorità legale liberale. È un geronto-socialismo che produce un geronto-antifascismo fatto di fronti popolari36. Finché le condizioni storiche di queste politiche non vengono analizzate, la propagazione di un antifascismo anticapitalista e rivoluzionario, la mobilitazione di un futuro di speranza, ci appariranno come l’altra faccia di questa medaglia. A meno di riuscire a dargli una forma trascendente, a meno di dare l’idea di un mondo completamente diverso, saranno state tutte parole al vento. Sembra più ridicolo man mano che diventa più isolato, e più distaccato dalla realtà ogni volta che evita di fare di questo isolamento il punto di partenza di una riflessione, invece di nasconderlo dietro all’attivismo e a politiche di coalizione.

Questo ci riporta ai non-movimenti. Non perché li vogliamo individuare come nuovo soggetto rivoluzionario, che sarebbe la conclusione sbagliata. Essi si riferiscono al rifiuto della riproduzione della politica, dell’identità e della democrazia, alla rinuncia alla rappresentanza. Siamo consapevoli dei loro limiti, delle loro sconfitte, della possibilità della loro ricaduta nell’integrazione o nella regressione. Ma quello che vediamo emergere al loro interno è una rabbia profonda con la situazione che viviamo, una rottura con l’opinione pubblica, un rifiuto di integrarsi, un desiderio per una vita che vada oltre l’amministrazione e il ridursi a sopravvivere. Quando non è stato possibile appropriarsene, sono stati individuati come nemici da tutti, la sinistra e la destra, lo Stato e la società civile. Non hanno sempre cercato dei nemici, ma li hanno dovuti accettare per poter continuare a lottare. Ed è per questo che sono stati tutto meno che soli. Nel modo in cui hanno attaccato, nel modo in cui hanno evaso la mobilitazione totale dello Stato e del capitale, nel modo in cui hanno organizzato la loro riproduzione, le loro vite, il modo di ritrovarsi, abbiamo visto – anche se brevemente – un lampo della possibilità di rompere lo status quo, una negazione assoluta dell’esistente. Questo è lontano dall’essere una nuova strategia rivoluzionaria. Ma in un’epoca di totalitarismo postideologico, non è nemmeno poco.

È l’odio del presente che tiene aperto il futuro.

  1. traducibile con disobbedienti, oppositori ↩︎
  2. Sistema Comune Europeo di Asilo ↩︎
  3. Lo stesso meccanismo si sta mettendo in atto in Italia, ad esempio, attorno alla figura di Vannacci come catalizzatore di una destra “antisistema” da contrapporre alla destra di governo ↩︎
  4. Si pensi nel caso italiano al sempre più evidente rapporto tra alcune aree di movimento ed i partiti satelliti del PD nelle coalizioni di centrosinistra ↩︎
  5. G. Granel, “Gli anni trenta sono davanti a noi (Analisi logica della situazione concreta)”, traduzione in italiano disponibile qui. I passaggi citati qui nel testo sono tradotti e non presi dalla traduzione di Granel citata ↩︎
  6. Confini qui va inteso sia in termini geografici (globalizzazione del capitale) sia in termini fisici, nel senso più generale di limiti ↩︎
  7. G. Granel, op. cit. ↩︎
  8. G. Granel, op. cit. ↩︎
  9. G. Granel, op. cit. ↩︎
  10. G. Granel, op. cit. ↩︎
  11. G. Granel, op. cit. ↩︎
  12. Se questo poteva essere vero nel momento in cui Granel scriveva il suo saggio, è evidente come invece questa serie di condizioni in questo momento storico stia arrivando ad una maturazione ↩︎
  13. Joshua Clover, “Riot. Strike. Riot.”, esistono versioni tradotte in italiano, l’originale in inglese però è consultabile gratuitamente qui ↩︎
  14. Questo elemento è controverso in quanto l’esperienza del movimento MAGA, ma in parte anche di AfD stessa, dimostrano come il fascismo inteso come movimento reazionario di massa è in grado di fare leva sulla nostalgia per la scomparsa delle sue sovrastrutture tradizionali ed allo stesso tempo modernizzare il proprio agire politico, mantenendo la propria funzione di elemento politico di gestione delle crisi del sistema capitalistico ↩︎
  15. Hans-Christian Dany, “Faster than the sun. From a frantic standstill into an unknown future”, 2015. Non ho trovato nulla sull’edizione in inglese (citata nella traduzione francese del testo), mentre sicuramente è reperibile l’edizione in tedesco dal titolo “Schneller als die Sonne. Aus dem rasenden Stillstand in eine unbekannte Zukunft” ↩︎
  16. Jason E. Smith, “Smart Machines and Service Work. Automation in an Age of Stagnation”, 2020 ↩︎
  17. https://nonkongress.noblogs.org/ ↩︎
  18. https://inferno.noblogs.org/post/2024/01/11/zeit-der-oekologie/, dove si trovano anche versioni brevi in inglese, francese e spagnolo ↩︎
  19. G. Granel, op. cit. ↩︎
  20. Rispetto al momento in cui è stato scritto l’articolo c’è un elemento ulteriore rispetto al capitalismo green: all’illusione dell’infinito di cui si parla qui va aggiunto il passo indietro fatto in alcuni settori utile proprio a consentire la continuazione dell’accumulazione capitalista (vedi il passo indietro sulle norme per le emissioni delle automobili e il piano di riarmo) ↩︎
  21. Su questo si veda l’opuscolo del Collettivo Sumud, nel link il pdf ↩︎
  22. Su questi temi c’è l’analisi di Mohand in due articoli, qui e qui ↩︎
  23. https://not.neroeditions.com/archive/geronto-fascismo/ ↩︎
  24. https://illwill.com/against-liberal-fascism ↩︎
  25. Noi, inteso come marxisti-leninisti, parleremmo di sovrastruttura e di come questa si evolva per assecondare le esigenze del capitale ↩︎
  26. Si pensi a come in Italia la gestione dell’ordine pubblico sia sempre di più un atto amministrativo, che dipende appunto dalla discrezionalità del funzionario di turno, mentre in tutti gli altri settori le norme continuano ad avere il loro corso nella gestione della società ↩︎
  27. Reperibile, a quanto risulta, solo in tedesco qui ↩︎
  28. Un ragionamento dettagliato su questi elementi si può trovare nel secondo capitolo de “L’età dell’ecologia”, citato nella nota 18 ↩︎
  29. Walter Benjamin, “Sul concetto di storia” ↩︎
  30. https://www.endnotes.org.uk/palabre/endnotes-onward-barbarians ↩︎
  31. Lascio per completezza il link citato nella versione originale qui, ma sicuramente sono reperibili notizie a riguardo anche in altre lingue ↩︎
  32. Si veda ad esempio qui ↩︎
  33. Situazione diversa in Italia, dove i fascisti hanno cavalcato dove possibile il malcontento popolare, ad esempio nel caso delle restrizioni pandemiche, con la protesta culminata con l’attacco alla sede della CGIL. Vero è che in altri contesti ricoprono lo stesso ruolo descritto qui (scioperi nella logistica, ronde antidegrado, ecc.) ↩︎
  34. https://illwill.com/fascist-spectacle ↩︎
  35. Questo “purismo” di certa sinistra, anche quella di movimento, è una concausa della degenerazione verso destra di determinati spaccati sociali, come appunto le proteste contro le misure del periodo Covid citate poc’anzi ↩︎
  36. Qui l’opinione di chi ha tradotto diverge anche radicalmente da quella di chi ha scritto l’originale: il problema non è il fatto che i concetti a cui fa riferimento certa sinistra siano “vecchi”. Certo, anagraficamente lo sono, ma la questione è se l’analisi sia valida e personalmente non ritengo possibile la ricostruzione di una prospettiva rivoluzionaria e di superamento del capitalismo che prescinda dall’analisi marxista. Quello che semmai dovrà evolversi, proprio per intercettare una classe lavoratrice sempre più atomizzata, è la propaganda, la comunicazione, ma si parla già d’altro a questo punto ↩︎

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