Negli ultimi due mesi il numero di scenari attivi di quella che viene da diverse parti definita “guerra mondiale a pezzi” è aumentato in modo considerevole: se fino ad un paio di mesi fa infatti questa definizione veniva utilizzata per legare insieme il conflitto in Ucraina e il genocidio perpetrato da Israele a Gaza, il numero di teatri ad oggi si è allargato come minimo all’intero medio oriente (Siria, Iran e non solo), al sud America (Venezuela e Cuba) e sotto traccia anche in Africa (Sahel, Somalia), con una linea di frattura aperta in seno alla NATO sulla questione Groenlandia, che per ora sembra riassorbita, ma con Trump potrebbe anche riaprirsi settimana prossima. In questo marasma sono emerse come al solito le posizioni – dannose – di chi pretende di giudicare i fatti secondo schemi predeterminati, senza cogliere le complessità proprie di ogni situazione. Per fare un esempio, l’intera sinistra socialdemocratica che si schiera con le rivolte di piazza in Iran tracciando un parallelo con il genocidio e l’apartheid perpetrati sul popolo Palestinese in nome della loro versione di “autodeterminazione dei popoli”, che evidente possono autodeterminarsi, per loro, solo quando vogliono diventare vassalli dell’occidente o quando accettano di farsi massacrare senza fare troppo rumore.
Schiacciati da una parte dalla socialdemocrazia, dall’altra dal rossobrunismo, cerchiamo allora di fare un po’ di chiarezza sulla situazione.
Perché è sbagliato parlare di guerra mondiale a pezzi
Nell’introduzione a questo articolo si è detto di come i conflitti regionali in corso nel mondo vengano visti in alcuni ambienti della sinistra rivoluzionaria come una guerra mondiale a pezzi.
Questa definizione è, a mio modo di vedere, completamente sbagliata per due motivi:
- guardando ai due conflitti mondiali fin qui combattuti, la caratteristica comune è che hanno coinvolto direttamente tutte le maggiori potenze economiche e militari dell’epoca, che sono arrivate allo scontro frontale. Ad oggi non solo questi conflitti vengono combattuti perlopiù mediante proxy – e l’Ucraina di questo è l’evidenza più lampante – senza che le truppe delle varie potenze si affrontino sul campo, ma vedono anche l’assenza totale o quasi di coinvolgimento da parte di India e Cina, la prima sicuramente una potenza economica e demografica, la seconda anche militare.1
- parlare di guerra mondiale a pezzi è deleterio anche da un punto di vista comunicativo-psicologico: rende l’escalation inevitabile e genera un sentimento di rassegnazione tra le classi lavoratrici, contribuendo ad ostacolarne l’organizzazione e la volontà di impedire che la guerra porti anche qui distruzione, miseria e morte.
Sul primo punto è bene anche evidenziare come bisogna augurarsi di non arrivare mai allo scontro frontale tra potenze sul campo: nell’unico precedente – la guerra di Corea – si evitò l’olocausto nucleare di poco, e questa volta la posta in gioco è troppo alta per poter pensare che non si arrivi alla resa dei conti anche con l’impiego delle atomiche, con conseguenze ovvie.
Ritornare a Lenin
Ma se non è una guerra mondiale a pezzi, cosa ci troviamo davanti? La risposta, come sempre, sta nell’utilizzo della cassetta degli attrezzi del marxismo-leninismo, in particolare negli scritti di Lenin degli anni precedenti alla rivoluzione d’Ottobre2, un momento storico per certi versi simile a quello che ci troviamo a vivere: il capitalismo occidentale si trova ad un punto di non ritorno in cui, dopo aver garantito il mantenimento del saggio di profitto attraverso la finanziarizzazione sistematica dell’economia e il concentramento di capitali nel suo cuore finanziario – Wall Street – non è più in grado di garantire il livello di accumulazione della ricchezza richiesto dalla borghesia3.
Come ad inizio ‘900, la soluzione è quella di accaparrarsi nuovi mercati e nuove risorse da sfruttare attraverso la guerra, che assolve ad una duplice funzione: da una parte il settore militare nasce con il preciso scopo di distruggere, alimentando dunque l’industria (la gara ad accaparrarsi i contratti per la ricostruzione dell’Ucraina è solo una piccola dimostrazione), dall’altro la guerra permette la conquista di nuovi territori – e mercati – al controllo dell’imperialismo occidentale.
I conflitti in corso nei vari teatri sono quindi da interpretare come guerre predatorie di stampo colonialista, simili a quelle che tra fine ‘800 ed inizio ‘900 sono state preludio della prima guerra mondiale4. L’obiettivo è imporre il dominio dell’imperialismo occidentale su tutti i popoli e portare ovunque il suo modello di sfruttamento capitalista sotto il pretesto della “democrazia” e della “libertà”.
Marxismo orientale e marxismo occidentale
Davanti a tutto questo è evidente come, da comunisti che vivono nel centro imperialista, non possiamo cadere nelle trappole ideologiche in cui cercano di trascinarci i partiti della sinistra borghese, che utilizzano strumentalmente concetti propri del marxismo come quello di “autodeterminazione dei popoli”: certo, l’esperienza della rivoluzione Bolivariana è ben lontana dall’essere perfetta, ma ha comunque redistribuito le ricchezze del Venezuela a tutta la popolazione, contribuendo soprattutto ad emancipare gli indios, relegati in fondo alla scala sociale fin dall’arrivo degli spagnoli nel ‘500; ovvio, una Repubblica islamica non è una forma di Stato compatibile con la pratica comunista, ma per le forze comuniste e rivoluzionarie iraniane è molto più facile combattere solo contro il proprio governo che doverlo fare contro l’intero sistema imperialista occidentale, come sappiamo bene in Italia, il paese di Gladio e delle bombe fasciste.
I punti nevralgici dei conflitti odierni sono sempre in quei paesi che, ognuno con le proprie peculiarità, si sono liberati del dominio coloniale o lottano per farlo: per questo l’imperialismo occidentale cerca di riportarli sotto il proprio giogo, e per questo la chiave di lettura da usare è quella che lega marxismo e anticolonialismo/antimperialismo.
Nel suo meraviglioso libro del 2017, Il marxismo occidentale5, Domenico Losurdo evidenzia come già dalla prima guerra mondiale, ma a maggior ragione nel mondo ereditato al termine della seconda, si sia determinato uno sviluppo completamente diverso tra il marxismo occidentale, proprio del centro imperialista, e quello orientale. Secondo Losurdo il marxismo orientale si sviluppa in contesti dominati dal centro imperialista in cui la lotta di classe deve necessariamente viaggiare su un binario parallelo alla lotta di liberazione coloniale – dal dominio diretto di una nazione occidentale o da un governo fantoccio è irrilevante – e una non può esistere senza l’altra. In altre parole è essenzialmente antimperialista perché caratterizza la dominazione coloniale come prodotto del capitalismo, e quindi dell’imperialismo come sua fase suprema. In altre parole, il marxismo orientale si sviluppa in perfetta continuità con l’analisi marxista-leninista, mantenendo vivo quello che possiamo chiamare lo spirito dell’Ottobre.
Al contrario il marxismo occidentale non coglie l’importanza del nesso tra lotta coloniale di liberazione e lotta di classe, imprigionandosi in una lettura a metà tra l’ingenuo e il limitato di quale debba essere il ruolo dello Stato e, non comprendendo le necessità materiali dei popoli ex colonizzati, ne condanna le scelte, rinchiudendosi in una torre d’avorio di attesa messianica della rivoluzione. E nulla è più lontano da Marx del credere in qualcosa di predeterminato, completamente puro, per il quale basta avere fede e le cose accadranno da sole.
In altre parole, è vero che il futuro appartiene al socialismo, ma quel futuro bisogna conquistarselo, non verrà dato dall’alto e nemmeno dalle urne, come purtroppo ha argomentato tanto marxismo occidentale6.
Da questo marxismo occidentale, e dal suo sostanziale fallimento hanno origine sia la sconfitta delle esperienze di lotta armata – ricordiamo il ruolo infame del PCI nel reprimere, schedare, collaborare con lo Stato – sia lo scollamento progressivo tra la “sinistra” e la classe operaia, fino ad arrivare ad un oggi in cui di fatto gli eredi dei partiti comunisti, oggi definibili socialdemocratici – se si vuole essere generosi – sono il partito della buona borghesia delle grandi città e di pochi illusi che ancora abboccano all’amo dei diritti civili7 che questi partiti usano per ottenere voti utili a portare avanti programmi di oppressione delle classi subalterne. Le posizioni che, con i loro distinguo e le loro differenze, condannano le lotte di liberazione anticoloniali ed antimperialiste – rossobruni, trockisti, socialdemocratici che siano – sono in estrema sintesi tutte figlie del fallimento del marxismo occidentale.
L’autodeterminazione dei popoli
Appurato che i conflitti – di diverso grado di intensità – attualmente in corso nel mondo sono guerre di tipo predatorio e coloniale da parte dell’imperialismo occidentale, e avendo dimostrato come un approccio coerente con l’analisi marxista-leninista non può prescindere dall’identificare la lotta di liberazione nazionale dal colonialismo e dall’imperialismo come parte integrante della lotta per l’emancipazione della classe operaia, diventa naturale affermare che da comunisti la nostra posizione è quella di rifiutare ogni ingerenza occientale, ovunque sia nel mondo, e denunciarla come un intervento imperialista volto ad esportare non democrazia ma sfruttamento, a non portare nessuna libertà se non quella di scegliere il proprio padrone – e nemmeno sempre.
Rivendicare l’autodeterminazione dei popoli come elemento centrale dell’analisi marxista-leninista, impedire che questo concetto sia rubato e mistificato dalla sinistra neoliberale, significa difendere l’integrità territoriale di quelle nazioni finite nel mirino dell’imperialismo occidentale prima di qualsiasi analisi concreta su quale sia la forma di governo, quale la condizione delle classi subalterne, e via discorrendo.
Sarà poi compito dei comunisti sviluppare la coscienza di classe nel loro contesto specifico per portare avanti la lotta rivoluzionaria.
Non stupisce quindi la posizione dei comunisti iraniani contro i tentativi di destabilizzazione portati avanti da USA e Israele nel corso di gennaio, quella del PCV contro il rapimento del presidente Maduro o, andando più indietro, la posizione dei comunisti siriani in difesa di Assad e dell’integrità territoriale della Siria contro le ingerenze statunitensi, turche e sioniste.
La Siria come monito
Proprio la Siria deve servire da monito a tanti “rivoluzionari” di casa nostra, imbevuti di marxismo occidentale: ovviamente con il senno di poi è facile parlare, ma oggi risulta evidente quello che in tanti sostenevamo anni fa, ovvero che in un momento in cui la Siria si trovava sotto l’attacco simultaneo di più attori – ISIS, Turchia, Israele – sostenere e difendere l’esperienza del Rojava, a metà tra il separatismo e l’autonomia, è stato un errore politico.
Non è ovviamente obiettivo di questo testo analizzare la questione curda nella sua interezza, ed è necessario evidenziare come la stessa questione curda nasca come prodotto dell’imperialismo occidentale a causa di confini tracciati su una mappa da potenze coloniali che poco o nulla conoscevano di quei luoghi oltre alle risorse naturali che contenevano e contengono. Bisogna altresì riconoscere la bontà del lavoro fatto per decenni dal PKK nel costruire consenso tra la popolazione e nel portare avanti una lotta armata contro le varie entità statali per costruire finalmente la nazione curda; in questo senso la lotta del PKK è identificabile come lotta anticoloniale e da sostenere.
L’abbandono da parte di Ocalan del marxismo-leninismo in favore del confederalismo democratico, a metà anni 2000, è all’origine dell’esperienza del Rojava e ne costituisce il fondamento problematico: la teorizzazione di una democrazia senza stato, come la definisce Ocalan, si inscrive in quella tradizione del marxismo occidentale che vede in modo messianico la caduta del sistema capitalistico, trascurando i problemi cardine delle nazioni sottosviluppate, che oltre alla questione della presa del potere devono necessariamente porsi anche quello dello sviluppo delle forze produttive per sfuggire allo sviluppo ineguale, come lo chiama Samir Amin.
Era irrealistico pensare che una struttura come quella del confederalismo democratico potesse efficacemente raggiungere il duplice obiettivo di emancipare le classi subalterne e permettere lo sviluppo delle forze produttive – a maggior ragione in un contesto emergenziale come quello degli anni ’10 in Siria – e così puntualmente è stato: schiacciati tra ISIS, Turchia e governo Siriano, i curdi si sono ritrovati ad essere vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro, rifugiandosi sotto la protezione degli Stati Uniti e cadendo di conseguenza nuovamente sotto quel dominio coloniale da cui così disperatamente cercavano di fuggire.
Nel farlo hanno indebolito fatalmente il governo Assad il quale, senza le entrate del petrolio e con il supporto russo andato a calare dopo l’inizio del conflitto in Ucraina, è stato deposto a fine 2024 dai terroristi islamici ex Al-Qaeda di HTS.
Come beffa finale, una volta che la nuova amministrazione della Siria si è dimostrata disponibile a collaborare con l’occidente rendendo la Siria una colonia obbediente, i curdi si sono ritrovati senza più supporto e sono ora sotto attacco, con l’esperienza autonomista avviata probabilmente verso la sua conclusione.
Nella questione Siriana, la posizione di chi – imbevuto di marxismo occidentale – ha sostenuto il confederalismo democratico attratto dalla sua natura messianica fatta di democrazia dal basso e fine dello Stato ha finito con l’essere complice di quella balcanizzazione del Medio Oriente che serve solo gli interessi di Turchia, USA e Israele, in grado diverso tutti azionisti dell’imperialismo occidentale.
Comunismo è antimperialismo, comunismo è anticolonialismo
In conclusione, ovunque il centro imperialista vada a colpire, la posizione dei comunisti è quella di opporsi al saccheggio, allo sfruttamento ed alla morte che l’imperialismo semina nel mondo. Siamo solidali quindi con le popolazioni del Venezuela, della Palestina, dell’Iran, dello Yemen, con gli Inuit per i quali l’unica opzione sembra essere poter scegliere sotto quale giogo coloniale vivere, se gli USA o la Danimarca. Sosteniamo le lotte per liberarsi dell’oppressione coloniale e sosteniamo la lotta dei comunisti ovunque nel mondo per spezzare le catene del proletariato e distruggere il mostro capitalista.
Viva la lotta dei popoli! Viva il comunismo! Morte all’imperialismo!
- E in via di rafforzamento ↩︎
- Scritti che avranno poi la loro sublimazione ne “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo” ↩︎
- O in altre parole, la caduta tendenziale del saggio di profitto è troppo veloce ↩︎
- Per citarne solo qualcuna, le guerre dell’oppio, la guerra di Crimea, la disatrosa avventura italiana in Etiopia o il conflitto russo-giapponese del 1904-1905, peraltro causa scatenante della rivoluzione del 1905 ↩︎
- Domenico Losurdo, “Il marxismo occidentale. Come nacque, come morì, come può rinascere”, 2017 ↩︎
- La svolta “eurocomunista” di PCI, PCF e compagnia è di fatto l’anello di congiunzione tra i partiti comunisti e la “sinistra” neoliberale di oggi ↩︎
- La critica non è rivolta, ovviamente, ai diritti civili in quanto tali, ma a come questi siano stati introiettati dal sistema capitalistico all’interno del “gioco delle parti” dei partiti, svuotandoli del loro significato sociale e di classe e diventando di fatto l’unica differenza tangibile a livello di politiche tra destra e sinistra istituzionali. ↩︎
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