Tra poco più di un mese si terrà il referendum per la conferma delle modifiche alla Costituzione sul tema della giustizia. Non ho intenzione di affrontare qui le specificità della riforma, per le quali rimando ad articoli ad hoc, quanto invece dare delle coordinate politiche rispetto alla posta in gioco.
Premessa necessaria: chi scrive è tutto fuorché un amante della democrazia rappresentativa, motivo per cui ho sempre annullato la scheda senza troppi pensieri; diverso è il caso dei referendum, che pur nella loro forma lacunosa rappresentano un vero esperimento di democrazia diretta, e per questo ritengo importante in questi casi andare a votare sempre, che sia per un sì o per un no.
Dopo aver letto la sostanza della riforma però la prima reazione rispetto a questo referendum è stata di indifferenza: si parla di magistratura sottomessa all’esecutivo, di fine dell’indipendenza del potere giudiziario, di minaccia alla democrazia.
Quello che sfugge è però un particolare decisamente non irrilevante: la Costituzione, da sempre, è un punto di equilibrio tra poteri; nel momento in cui è stata scritta rappresentava l’equilibrio interno alle varie anime della Resistenza e i loro settori sociali di riferimento (borghesia per la DC, classe operaia per il PCI, e via così), e verso l’esterno l’equilibrio nei confronti degli occupanti angloamericani (un anno dopo l’entrata in vigore della Costituzione l’Italia entrava nella NATO). Tutte le modifiche successive alla Costituzione non sono mai state il volano di un cambiamento, ma la ratifica nero su bianco di un mutato equilibrio tra le parti. E questa riforma non fa eccezione: la magistratura, che applica le leggi votate dal parlamento, è di fatto già sottomessa all’esecutivo se le leggi passano a colpi di decreti e fiducie, senza che le camere possano modificare alcunché del testo; il potere giudiziario già oggi ha un’indipendenza formale ma non sostanziale per quanto riguarda l’amministrazione della giustizia, basta vedere a come le indagini che colpiscono la politica siano sempre meno e sempre “in ritardo”, quando l’influenza o il potere di certe figure è già nel passato; la democrazia borghese è morta già da un bel pezzo, sostituita da uno stato d’eccezione fatto di misure d’emergenza sempre più soffocanti e da un livello di repressione ormai non più limitato soltanto alle solite categorie da colpevolizzare (che comunque subiscono più degli altri: ultras, antagonisti, “maranza”…).
È vero che in generale alla magistratura questa riforma non piace1, ma non perché questa sia un qualche baluardo di democrazia contro il fascismo che avanza. La funzione dello Stato è sempre e solo quella di tutelare la borghesia ed i suoi profitti, e il ramo giudiziario non fa eccezione, come già detto prima. L’avversione dei magistrati per la riforma è semplicemente da attribuire al fatto che nessun organo dello Stato rinuncia volentieri al proprio potere, alla propria libertà di distribuire incarichi e prebende varie a chi ha le connessioni giuste all’interno di quel centro di potere. E davanti a questa riforma la magistratura fa valere tutto il suo peso politico per provare a salvaguardare questo suo potere.
D’altra parte è ovvio che la spinta del governo ad attuare questa riforma è il riflesso di un processo molto lineare: se il fascismo è uno strumento del capitale per gestire le crisi, una delle caratteristiche principali del fascismo è proprio la sua torsione dello Stato in senso autoritario, il che significa accentramento del potere nelle mani dell’esecutivo a spese degli altri due rami tradizionali della democrazia borghese; il parlamento è stato esautorato ormai da anni da una legislazione fatta sempre più di decreti urgenti, per la giustizia la resa dei conti arriva ora. E non c’è da stupirsi dei tempi ristretti con cui è stato convocato il referendum: con la guerra alle porte la partita va chiusa in fretta per passare quanto prima alla fase successiva, quella della pacificazione incontrastata del fronte interno.
Chiunque si sia trovato a subire un processo a causa della sua militanza politica non può non essere consapevole di come questo scontro sulla riforma abbia a che fare con la distribuzione del potere e non con la giustizia, ancorché borghese: ad oggi anche le azioni più innocenti prevedono capi di accusa totalmente sproporzionati, con misure cautelari durissime, mentre politici e borghesia stanno tranquillamente a piede libero, tranne che in casi veramente eccezionali. Sicuramente con questa riforma mutano non più solo nella forma ma anche nella sostanza gli equilibri interni agli apparati dello Stato.
Ma se nei fatti i militanti comunisti – e quelli rivoluzionari in generale – pagano già il prezzo di una magistratura asservita al potere, e se dello Stato democratico borghese non ce ne importa nulla, perché preoccuparsi di votare?
La risposta è semplice: è vero, la riforma mette nero su bianco un nuovo equilibrio, ma quel nuovo equilibrio è instabile tanto quanto il precedente. La necessità del capitale di gestire la sua crisi attraverso strumenti sempre più autoritari ed un sempre maggiore concentramento di potere fa intravedere già oggi quale sarà il prossimo passaggio: la riforma cosiddetta del “premierato”, già annunciata più volte come vero obiettivo dei fascisti di governo. È chiaro come questa riforma della giustizia serva in questo senso anche come un test: a seconda di come andrà il referendum c’è da aspettarsi che il governo rimoduli l’intensità della spinta verso il premierato.
Come comunisti, il nostro obiettivo è quello di distruggere la democrazia borghese ed instaurare la dittatura del proletariato, ma per farlo è necessario sfruttare ogni centimetro di agibilità che lo Stato ci consente: per questo motivo è necessario andare a votare convintamente NO, consapevoli del fatto che qualunque sarà l’esito alle urne occorrerà riprendere dal giorno dopo il cammino per la costruzione dell’alternativa rivoluzionaria.
- Oltre al link citato, si può consultare con una opportuna ricerca anche https://www.giustiziainsieme.it/ ↩︎
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