La guerra di classe della logistica

Lo scorso 11 marzo la Commissione di garanzia per gli scioperi, prodotto dell’infame legge 146/1990, ha determinato che la logistica deve essere considerata “servizio essenziale” e per questo motivo deve essere sottoposta a limitazioni del diritto di sciopero. Questa decisione non è un fulmine a ciel sereno, ma anzi va letta in continuità con tutto quello che è successo negli ultimi 15 anni in questo settore, con una accelerazione determinante dal 2020 in poi: già durante l’emergenza pandemica infatti la logistica era stata individuata dallo Stato come uno di quei settori “essenziali” in cui i lavoratori avrebbero dovuto continuare ad andare nei magazzini, con DPI spesso inesistenti o inadeguati, per permettere agli altri di continuare a consumare merci e consentire il funzionamento – anche se al minimo – della macchina economica capitalista.
Il profitto, d’altronde, è l’unica cosa sacra per questo sistema.


Le lotte e gli scioperi che si sono sviluppate nei magazzini durante il biennio 2020-2021 hanno certificato un aumento impressionante della conflittualità di un settore che i sindacati di base avevano già identificato come strategico per il capitalismo occidentale, ma che fino a quel punto era rimasto confinato a ambiti geografici o vertenziali specifici, visto anche l’alto grado di ricattabilità dei lavoratori, per la maggior parte immigrati il cui permesso di soggiorno è legato appunto al fatto di avere un lavoro.

Di pari passo ha accelerato la repressione, dentro e fuori dalle aule di tribunale: oltre al caso più eclatante, quello che ha visto Adil morire travolto da un camion durante un picchetto ad un magazzino – sei anni dopo Abdel Salaam – sono innumerevoli i casi di aggressioni e sgomberi violenti dei picchetti ad opera di vigilanza privata o, quando non è disponibile, direttamente da parte della polizia. Sul lato giudiziario sono troppe per essere contate le denuncie contro sindacalisti e operai con fattispecie di reato tra le più fantasiose: violenza privata, blocco stradale, fino ad arrivare all’associazione a delinquere, come nel caso dell’inchiesta di Piacenza che ha visto sei sindacalisti di USB e SiCobas finire agli arresti domiciliari.
Nella maggior parte dei casi le inchieste montate dalle procure si sgonfiano nel giro di poco tempo, ma intanto la gogna mediatica fa il suo corso, indebolendo la lotta dei lavoratori e permettendo magari ai sindacati confederali di entrare in queste aziende firmando i soliti accordi capestro in nome della concertazione e della pace sociale.

Il terzo elemento di questa escalation repressiva, dopo la violenza fisica e le inchieste giudiziare, è quello legislativo: proprio perché difficilmente le inchieste portano a delle condanne – nonostante la grande fantasia delle procure nell’imbastire i loro teoremi – è necessario creare nuovi reati per ottenere finalmente delle condanne e fiaccare la combattività degli operai della logistica. Dal governo Conte I in poi non c’è stato un pacchetto sicurezza che non abbia previsto l’inasprimento delle condanne per reati tradizionalmente legati alla conflittualità operaia, il blocco stradale su tutti.

Questi elementi tracciano un quadro abbastanza chiaro di come in un mondo occidentale in cui si produce ormai poco e nulla la chiave di volta del sistema risieda nella circolazione della merce, rendendo la logistica un settore cruciale dell’economia, che per questo motivo deve essere protetta ad ogni costo da blocchi anche temporanei.

E quanto sia importante la logistica è diventato evidente a tutti con gli scioperi dell’autunno scorso in solidarietà con la Resistenza Palestinese, che con le parole d’ordine “Blocchiamo tutto” ha concretamente messo in campo la capacità della classe operaia di fermare gli ingranaggi del sistema capitalistico, allarmando lo Stato che quindi corre ai ripari con misure come la pronuncia del Garante degli scioperi.
È stato evidente per i lavoratori e lavoratrici di ogni settore, che hanno riscoperto l’importanza dello sciopero come strumento di conflitto – anche se rimane da vedere quanto questa riscoperta si tradurrà in pratica continuativa – e in misura ancora maggiore per i lavoratori della logistica e i militanti della sinistra di classe, che ancora pochi giorni fa bloccavano a Pisa un treno carico di mezzi militari.

La classificazione della logistica come settore essenziale si porta dietro una gran quantità di argomentazioni assurde – riassunte nel comunicato del SiCobas riportato in apertura – ma indica anche una direzione per l’azione politica: è fondamentale rispondere a questo attacco repressivo non solo con la solidarietà e la denuncia di questa ulteriore torsione autoritaria, ma anche aumentando il ricorso alla pratica del blocco. La logistica non è solo quella dei magazzini alle periferie delle grandi città, ma è fatta anche di autostrade, ferrovie, porti, furgoni e via così: se lo sciopero diventa più difficile per i lavoratori della categoria dovranno essere gli altri settori a farsi carico delle azioni di blocco per continuare a colpire la borghesia dove è più vulnerabile e da lì (ri)costruire una conflittualità di classe che sia in grado di migliorare le condizioni di vita del proletariato, e strada facendo acquisire il livello di coscienza di classe necessario per poter davvero rimettere in discussione l’esistente.


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