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Lenin, l’imperialismo e l’autodeterminazione dei popoli

Negli ultimi due mesi il numero di scenari attivi di quella che viene da diverse parti definita “guerra mondiale a pezzi” è aumentato in modo considerevole: se fino ad un paio di mesi fa infatti questa definizione veniva utilizzata per legare insieme il conflitto in Ucraina e il genocidio perpetrato da Israele a Gaza, il numero di teatri ad oggi si è allargato come minimo all’intero medio oriente (Siria, Iran e non solo), al sud America (Venezuela e Cuba) e sotto traccia anche in Africa (Sahel, Somalia), con una linea di frattura aperta in seno alla NATO sulla questione Groenlandia, che per ora sembra riassorbita, ma con Trump potrebbe anche riaprirsi settimana prossima. In questo marasma sono emerse come al solito le posizioni – dannose – di chi pretende di giudicare i fatti secondo schemi predeterminati, senza cogliere le complessità proprie di ogni situazione. Per fare un esempio, l’intera sinistra socialdemocratica che si schiera con le rivolte di piazza in Iran tracciando un parallelo con il genocidio e l’apartheid perpetrati sul popolo Palestinese in nome della loro versione di “autodeterminazione dei popoli”, che evidente possono autodeterminarsi, per loro, solo quando vogliono diventare vassalli dell’occidente o quando accettano di farsi massacrare senza fare troppo rumore.

Schiacciati da una parte dalla socialdemocrazia, dall’altra dal rossobrunismo, cerchiamo allora di fare un po’ di chiarezza sulla situazione.

Perché è sbagliato parlare di guerra mondiale a pezzi

Nell’introduzione a questo articolo si è detto di come i conflitti regionali in corso nel mondo vengano visti in alcuni ambienti della sinistra rivoluzionaria come una guerra mondiale a pezzi.

Questa definizione è, a mio modo di vedere, completamente sbagliata per due motivi:

  1. guardando ai due conflitti mondiali fin qui combattuti, la caratteristica comune è che hanno coinvolto direttamente tutte le maggiori potenze economiche e militari dell’epoca, che sono arrivate allo scontro frontale. Ad oggi non solo questi conflitti vengono combattuti perlopiù mediante proxy – e l’Ucraina di questo è l’evidenza più lampante – senza che le truppe delle varie potenze si affrontino sul campo, ma vedono anche l’assenza totale o quasi di coinvolgimento da parte di India e Cina, la prima sicuramente una potenza economica e demografica, la seconda anche militare.1
  2. parlare di guerra mondiale a pezzi è deleterio anche da un punto di vista comunicativo-psicologico: rende l’escalation inevitabile e genera un sentimento di rassegnazione tra le classi lavoratrici, contribuendo ad ostacolarne l’organizzazione e la volontà di impedire che la guerra porti anche qui distruzione, miseria e morte.

Sul primo punto è bene anche evidenziare come bisogna augurarsi di non arrivare mai allo scontro frontale tra potenze sul campo: nell’unico precedente – la guerra di Corea – si evitò l’olocausto nucleare di poco, e questa volta la posta in gioco è troppo alta per poter pensare che non si arrivi alla resa dei conti anche con l’impiego delle atomiche, con conseguenze ovvie.

Ritornare a Lenin

Ma se non è una guerra mondiale a pezzi, cosa ci troviamo davanti? La risposta, come sempre, sta nell’utilizzo della cassetta degli attrezzi del marxismo-leninismo, in particolare negli scritti di Lenin degli anni precedenti alla rivoluzione d’Ottobre2, un momento storico per certi versi simile a quello che ci troviamo a vivere: il capitalismo occidentale si trova ad un punto di non ritorno in cui, dopo aver garantito il mantenimento del saggio di profitto attraverso la finanziarizzazione sistematica dell’economia e il concentramento di capitali nel suo cuore finanziario – Wall Street – non è più in grado di garantire il livello di accumulazione della ricchezza richiesto dalla borghesia3.

Come ad inizio ‘900, la soluzione è quella di accaparrarsi nuovi mercati e nuove risorse da sfruttare attraverso la guerra, che assolve ad una duplice funzione: da una parte il settore militare nasce con il preciso scopo di distruggere, alimentando dunque l’industria (la gara ad accaparrarsi i contratti per la ricostruzione dell’Ucraina è solo una piccola dimostrazione), dall’altro la guerra permette la conquista di nuovi territori – e mercati – al controllo dell’imperialismo occidentale.

I conflitti in corso nei vari teatri sono quindi da interpretare come guerre predatorie di stampo colonialista, simili a quelle che tra fine ‘800 ed inizio ‘900 sono state preludio della prima guerra mondiale4. L’obiettivo è imporre il dominio dell’imperialismo occidentale su tutti i popoli e portare ovunque il suo modello di sfruttamento capitalista sotto il pretesto della “democrazia” e della “libertà”.

Marxismo orientale e marxismo occidentale

Davanti a tutto questo è evidente come, da comunisti che vivono nel centro imperialista, non possiamo cadere nelle trappole ideologiche in cui cercano di trascinarci i partiti della sinistra borghese, che utilizzano strumentalmente concetti propri del marxismo come quello di “autodeterminazione dei popoli”: certo, l’esperienza della rivoluzione Bolivariana è ben lontana dall’essere perfetta, ma ha comunque redistribuito le ricchezze del Venezuela a tutta la popolazione, contribuendo soprattutto ad emancipare gli indios, relegati in fondo alla scala sociale fin dall’arrivo degli spagnoli nel ‘500; ovvio, una Repubblica islamica non è una forma di Stato compatibile con la pratica comunista, ma per le forze comuniste e rivoluzionarie iraniane è molto più facile combattere solo contro il proprio governo che doverlo fare contro l’intero sistema imperialista occidentale, come sappiamo bene in Italia, il paese di Gladio e delle bombe fasciste.

I punti nevralgici dei conflitti odierni sono sempre in quei paesi che, ognuno con le proprie peculiarità, si sono liberati del dominio coloniale o lottano per farlo: per questo l’imperialismo occidentale cerca di riportarli sotto il proprio giogo, e per questo la chiave di lettura da usare è quella che lega marxismo e anticolonialismo/antimperialismo.

Nel suo meraviglioso libro del 2017, Il marxismo occidentale5, Domenico Losurdo evidenzia come già dalla prima guerra mondiale, ma a maggior ragione nel mondo ereditato al termine della seconda, si sia determinato uno sviluppo completamente diverso tra il marxismo occidentale, proprio del centro imperialista, e quello orientale. Secondo Losurdo il marxismo orientale si sviluppa in contesti dominati dal centro imperialista in cui la lotta di classe deve necessariamente viaggiare su un binario parallelo alla lotta di liberazione coloniale – dal dominio diretto di una nazione occidentale o da un governo fantoccio è irrilevante – e una non può esistere senza l’altra. In altre parole è essenzialmente antimperialista perché caratterizza la dominazione coloniale come prodotto del capitalismo, e quindi dell’imperialismo come sua fase suprema. In altre parole, il marxismo orientale si sviluppa in perfetta continuità con l’analisi marxista-leninista, mantenendo vivo quello che possiamo chiamare lo spirito dell’Ottobre.

Al contrario il marxismo occidentale non coglie l’importanza del nesso tra lotta coloniale di liberazione e lotta di classe, imprigionandosi in una lettura a metà tra l’ingenuo e il limitato di quale debba essere il ruolo dello Stato e, non comprendendo le necessità materiali dei popoli ex colonizzati, ne condanna le scelte, rinchiudendosi in una torre d’avorio di attesa messianica della rivoluzione. E nulla è più lontano da Marx del credere in qualcosa di predeterminato, completamente puro, per il quale basta avere fede e le cose accadranno da sole.

In altre parole, è vero che il futuro appartiene al socialismo, ma quel futuro bisogna conquistarselo, non verrà dato dall’alto e nemmeno dalle urne, come purtroppo ha argomentato tanto marxismo occidentale6.

Da questo marxismo occidentale, e dal suo sostanziale fallimento hanno origine sia la sconfitta delle esperienze di lotta armata – ricordiamo il ruolo infame del PCI nel reprimere, schedare, collaborare con lo Stato – sia lo scollamento progressivo tra la “sinistra” e la classe operaia, fino ad arrivare ad un oggi in cui di fatto gli eredi dei partiti comunisti, oggi definibili socialdemocratici – se si vuole essere generosi – sono il partito della buona borghesia delle grandi città e di pochi illusi che ancora abboccano all’amo dei diritti civili7 che questi partiti usano per ottenere voti utili a portare avanti programmi di oppressione delle classi subalterne. Le posizioni che, con i loro distinguo e le loro differenze, condannano le lotte di liberazione anticoloniali ed antimperialiste – rossobruni, trockisti, socialdemocratici che siano – sono in estrema sintesi tutte figlie del fallimento del marxismo occidentale.

L’autodeterminazione dei popoli

Appurato che i conflitti – di diverso grado di intensità – attualmente in corso nel mondo sono guerre di tipo predatorio e coloniale da parte dell’imperialismo occidentale, e avendo dimostrato come un approccio coerente con l’analisi marxista-leninista non può prescindere dall’identificare la lotta di liberazione nazionale dal colonialismo e dall’imperialismo come parte integrante della lotta per l’emancipazione della classe operaia, diventa naturale affermare che da comunisti la nostra posizione è quella di rifiutare ogni ingerenza occientale, ovunque sia nel mondo, e denunciarla come un intervento imperialista volto ad esportare non democrazia ma sfruttamento, a non portare nessuna libertà se non quella di scegliere il proprio padrone – e nemmeno sempre.

Rivendicare l’autodeterminazione dei popoli come elemento centrale dell’analisi marxista-leninista, impedire che questo concetto sia rubato e mistificato dalla sinistra neoliberale, significa difendere l’integrità territoriale di quelle nazioni finite nel mirino dell’imperialismo occidentale prima di qualsiasi analisi concreta su quale sia la forma di governo, quale la condizione delle classi subalterne, e via discorrendo.

Sarà poi compito dei comunisti sviluppare la coscienza di classe nel loro contesto specifico per portare avanti la lotta rivoluzionaria.

Non stupisce quindi la posizione dei comunisti iraniani contro i tentativi di destabilizzazione portati avanti da USA e Israele nel corso di gennaio, quella del PCV contro il rapimento del presidente Maduro o, andando più indietro, la posizione dei comunisti siriani in difesa di Assad e dell’integrità territoriale della Siria contro le ingerenze statunitensi, turche e sioniste.

La Siria come monito

Proprio la Siria deve servire da monito a tanti “rivoluzionari” di casa nostra, imbevuti di marxismo occidentale: ovviamente con il senno di poi è facile parlare, ma oggi risulta evidente quello che in tanti sostenevamo anni fa, ovvero che in un momento in cui la Siria si trovava sotto l’attacco simultaneo di più attori – ISIS, Turchia, Israele – sostenere e difendere l’esperienza del Rojava, a metà tra il separatismo e l’autonomia, è stato un errore politico.

Non è ovviamente obiettivo di questo testo analizzare la questione curda nella sua interezza, ed è necessario evidenziare come la stessa questione curda nasca come prodotto dell’imperialismo occidentale a causa di confini tracciati su una mappa da potenze coloniali che poco o nulla conoscevano di quei luoghi oltre alle risorse naturali che contenevano e contengono. Bisogna altresì riconoscere la bontà del lavoro fatto per decenni dal PKK nel costruire consenso tra la popolazione e nel portare avanti una lotta armata contro le varie entità statali per costruire finalmente la nazione curda; in questo senso la lotta del PKK è identificabile come lotta anticoloniale e da sostenere.

L’abbandono da parte di Ocalan del marxismo-leninismo in favore del confederalismo democratico, a metà anni 2000, è all’origine dell’esperienza del Rojava e ne costituisce il fondamento problematico: la teorizzazione di una democrazia senza stato, come la definisce Ocalan, si inscrive in quella tradizione del marxismo occidentale che vede in modo messianico la caduta del sistema capitalistico, trascurando i problemi cardine delle nazioni sottosviluppate, che oltre alla questione della presa del potere devono necessariamente porsi anche quello dello sviluppo delle forze produttive per sfuggire allo sviluppo ineguale, come lo chiama Samir Amin.

Era irrealistico pensare che una struttura come quella del confederalismo democratico potesse efficacemente raggiungere il duplice obiettivo di emancipare le classi subalterne e permettere lo sviluppo delle forze produttive – a maggior ragione in un contesto emergenziale come quello degli anni ’10 in Siria – e così puntualmente è stato: schiacciati tra ISIS, Turchia e governo Siriano, i curdi si sono ritrovati ad essere vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro, rifugiandosi sotto la protezione degli Stati Uniti e cadendo di conseguenza nuovamente sotto quel dominio coloniale da cui così disperatamente cercavano di fuggire.

Nel farlo hanno indebolito fatalmente il governo Assad il quale, senza le entrate del petrolio e con il supporto russo andato a calare dopo l’inizio del conflitto in Ucraina, è stato deposto a fine 2024 dai terroristi islamici ex Al-Qaeda di HTS.

Come beffa finale, una volta che la nuova amministrazione della Siria si è dimostrata disponibile a collaborare con l’occidente rendendo la Siria una colonia obbediente, i curdi si sono ritrovati senza più supporto e sono ora sotto attacco, con l’esperienza autonomista avviata probabilmente verso la sua conclusione.

Nella questione Siriana, la posizione di chi – imbevuto di marxismo occidentale – ha sostenuto il confederalismo democratico attratto dalla sua natura messianica fatta di democrazia dal basso e fine dello Stato ha finito con l’essere complice di quella balcanizzazione del Medio Oriente che serve solo gli interessi di Turchia, USA e Israele, in grado diverso tutti azionisti dell’imperialismo occidentale.

Comunismo è antimperialismo, comunismo è anticolonialismo

In conclusione, ovunque il centro imperialista vada a colpire, la posizione dei comunisti è quella di opporsi al saccheggio, allo sfruttamento ed alla morte che l’imperialismo semina nel mondo. Siamo solidali quindi con le popolazioni del Venezuela, della Palestina, dell’Iran, dello Yemen, con gli Inuit per i quali l’unica opzione sembra essere poter scegliere sotto quale giogo coloniale vivere, se gli USA o la Danimarca. Sosteniamo le lotte per liberarsi dell’oppressione coloniale e sosteniamo la lotta dei comunisti ovunque nel mondo per spezzare le catene del proletariato e distruggere il mostro capitalista.

Viva la lotta dei popoli! Viva il comunismo! Morte all’imperialismo!

  1. E in via di rafforzamento ↩︎
  2. Scritti che avranno poi la loro sublimazione ne “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo” ↩︎
  3. O in altre parole, la caduta tendenziale del saggio di profitto è troppo veloce ↩︎
  4. Per citarne solo qualcuna, le guerre dell’oppio, la guerra di Crimea, la disatrosa avventura italiana in Etiopia o il conflitto russo-giapponese del 1904-1905, peraltro causa scatenante della rivoluzione del 1905 ↩︎
  5. Domenico Losurdo, “Il marxismo occidentale. Come nacque, come morì, come può rinascere”, 2017 ↩︎
  6. La svolta “eurocomunista” di PCI, PCF e compagnia è di fatto l’anello di congiunzione tra i partiti comunisti e la “sinistra” neoliberale di oggi ↩︎
  7. La critica non è rivolta, ovviamente, ai diritti civili in quanto tali, ma a come questi siano stati introiettati dal sistema capitalistico all’interno del “gioco delle parti” dei partiti, svuotandoli del loro significato sociale e di classe e diventando di fatto l’unica differenza tangibile a livello di politiche tra destra e sinistra istituzionali. ↩︎

Un contributo dai Paesi Baschi

I Paesi Baschi costituiscono sicuramente un esempio di lotta all’interno del movimento rivoluzionario occidentale. La lotta portata avanti fin dagli anni ’30 per costruire una Repubblica indipendente Basca, proseguita attraverso gli anni del franchismo ed arrivata fino ai nostri giorni, con i suoi alti e bassi e con i suoi limiti e contraddizioni, continua a porre interrogativi determinanti per tutti i comunisti del centro imperialista.

Come detto nella presentazione di questo spazio, l’obiettivo è di fornire strumenti utili a tutti coloro che si organizzano per la costruzione di una prospettiva rivoluzionaria e di superamento del capitalismo, e per questo la circolazione delle idee deve essere valorizzata il più possibile.

Da pochi giorni i compagni di Bultza EHM-L hanno pubblicato un documento programmatico per la costruzione di un Partito Comunista Marxista-Leninista in Euskal Herria; si tratta di un documento denso, ma molto interessante, che contiene spunti importanti e da tenere in considerazione anche al di fuori del contesto specifico del Paese Basco. Per questo motivo ho scelto di rendere disponibile qui sotto la traduzione integrale del documento, il cui originale è consultabile qui in spagnolo, e qui in euskara.

Gavroche

Programma politico e di iniziativa “Euskal Herriko Marxista-Leninista”

All’interno di Bultza Herri Ekimena, dopo mesi di analisi della congiuntura politica, tanto nazionale in Euskal Herria, quanto internazionale, e in seguito ad un intenso dibattito ed all’approvazione di una assemblea straordinaria, siamo giunti a delle conclusioni che da ora costituiscono la nostra linea politica e determinano la nostra prassi e i nostri compiti a corto e medio termine.

Tra i principali compiti vi è la necessità imperativa di creare l’organizzazione marxista-leninista del Paese Basco con l’obiettivo di raggruppare le forze comuniste e rivoluzionarie, e il cui futuro sviluppo conduca alla nascita del Partito Comunista ML di Euskal Herria (EH). Crediamo che questo sia lo strumento fondamentale per incidere all’interno del movimento popolare basco, e principalmente nella sua classe operaia, e dirigerlo verso una direzione rivoluzionaria, per il raggiungimento del socialismo e la liberazione nazionale.

Questo compito però non riguarda solo la nostra organizzazione, ma è un progetto comune in cui chiamiamo a partecipare tutte le persone e le organizzazioni che ritengono necessaria la sua creazione, anche se per questo dobbiamo essere tutti disposti ad armarci di disciplina, pazienza, perseveranza e a sacrificare, tra le altre cose, l’ego, l’attaccamento alle sigle e a certe comodità della militanza all’interno di circoli di fiducia e affinità personale, a favore di una unità programmatica e di azione necessaria per la causa per la quale lottiamo. Contribuiamo con questo documento programmatico con l’intenzione di servire da stimolo, punto di partenza o base per il dibattito sul progetto e che nel frattempo assumiamo come linea politica della nostra organizzazione.

È una chiamata a rialzarsi e ricominciare la battaglia, approfittando di tutta l’esperienza accumulata come popolo e come classe, assumendoci gli errori con critia e autocritica e guidati da una linea politica che possa contare sulle armi ideologiche che solo l’analisi e la prassi marxista-leninista possono dare.

Il contesto politico nazionale

Sono momenti duri e difficili per il Paese Basco, per la lotta di liberazione nazionale e sociale e per i comunisti a causa della sconfitta subita dal Movimento di Liberazione Nazionale Basco in seguito al tradimento da parte della “Izquierda Abertzale Ufficiale” e alla fine e al cambio di ciclo storico nazionale. Il tradimento politico, ideologico e morale che ha significato la capitolazione della lotta in cambio di briciole e riforme e l’entrata nel gioco della spartizione della torta nel parlamento spagnolo, posizionandosi così sullo schieramento di sinistra, socialdemocratico dello Stato Spagnolo e dell’autonomismo, facendo credere al popolo che l’opzione che rappresentavano era inevitabile e l’unica fattibile.

Questo ha lasciato una sensazione di sconfitta, di stanchezza e un entusiasmo rivoluzionario basso in gran parte della classe lavoratrice basca, compresi i suoi membri più rivoluzionari ed attivi, ovvero coloro che hanno evitato il crollo totale del movimento.

E in effetti, dopo la caduta del Movimento di Liberazione Nazionale Basco, si è prodotto un processo di rottura ed atomizzazione. Una rottura che vede da una parte la linea della capitolazione della Izquierda Abertzale Ufficiale e delle organizzazioni che, pur essendone uscite organicamente e criticandone alcuni aspetti, continuano a subirne l’influenza, in un modo o nell’altro; e dall’altra parte le organizzazioni che rompono totalmente con questa linea, insieme a quelle nate durante questo processo di atomizzazione, e alle persone che se ne sono distaccate; tutte queste organizzazioni ed individualità tengolo alta la bandiera della resistenza e della dignità di questo popolo. È ai marxisti-leninisti di questi settori, insieme alla classe operaia combattiva ed alla gioventù rivoluzionaria, che dirigiamo questo appello.

Il contesto internazionale e la situazione del Paese Basco in questo contesto

È molto importante saper analizzare correttamente il contesto internazionale e definire i cambiamenti e le evoluzioni che il mondo e l’imperialismo hanno attraversato. Senza “un’analisi concreta della realtà concreta” sarebbe difficile caratterizzare correttamente quali paesi sono imperialisti e quali no, per esempio, o qual è la visione internazionale e le azioni che un’organizzazione comunista deve intraprendere, che dipendono non solo dal fatto che questa lotta si sviluppi in una nazione oppressa, una colonia o in un paese oppressore, ma anche se queste lotte si trovino nel centro imperialista o alla sua periferia, ecc.

Per questo crediamo sia necessario comprendere, ad esempio, le tesi del sistema-mondo, dello sviluppo e dello scambio inuguale tra il centro imperialista, la semiperiferia e la periferia, ovvero tra il nord ed il sud globale, sviluppate tra gli altri da Samir Amin, Arghiri Emmanuel o Torkil Lauesen, che non sono altro che una attualizzazione delle tesi leniniste sull’imperialismo aggiornate alla situazione dello stesso un secolo dopo.

Da questo discendono tanti errori di organizzazioni comuniste che, ad esempio, caratterizzano Russia e Cina come imperialiste o le loro azioni e guerre difensive come conflitti interimperialisti, dando credito a tesi revisioniste come quella della “piramide imperialista” del KKE, che neghiamo e combattiamo.

Riteniamo necessario questo lavoro di comprensione anche per poter analizzare correttamente fenomeni come quello dei BRICS che, pur non avendo una connotazione socialista, generano un cambio di tendenza verso la multipolarità che produce opzioni di sviluppo per la sovranità nel sud globale e un indebolimento e una crepa nell’imperialismo di cui si può approfittare per attaccarlo su più fronti.

La contraddizione principale ad oggi la poniamo tra l’imperialismo ed i popoli da esso dominati, senza abbandonare la lotta tra proletariato e borghesia in ogni nazione all’interno della contraddizione capitale-lavoro, e la lotta contro il fascismo che questa genera.

In questo senso l’analisi che facciamo sul Paese Basco è quella di una nazione oppressa dagli Stati imperialisti Spagnolo e Francese. Però a sua volta è una nazione del centro imperialista e pertanto contiene la contraddizione inerente a questa condizione di avere, come diceva Engels, due nazioni all’interno di ciascuna nazione, quella borghese e quella proletaria, e questa nazione borghese basca, questa borghesia basca è a sua volta oppressore del proletariato basco e delle nazioni del sud globale attraverso la legge dello scambio inuguale, in modo diretto o tramite gli Stati Spagnolo e Francese. Anche il popolo lavoratore basco in modo indiretto beneficia di questo plusvalore rubato altrove, costituendo al suo interno un’aristocrazia operaia, alienata e conformista. Il popolo lavoratore basco guidato dal proletariato e dal suo partito, il futuro partito comunista M-L, deve lottare contro entrambe le contraddizioni, e dichiarare inseparabile la lotta di liberazione nazionale e sociale del suo lavoro antimperialista.

Caratterizzazione degli stati e questione nazionale

Caratterizziamo lo Stato Francese come borghese ed imperialista, occupante di colonie e nazioni oppresse e sfruttatore di neocolonie che, pur avendo raggiunto l’indipendenza formale, continuano a dipenderne, nonostante molte di queste ora iniziano a rompere i rapporti e a conseguire una seconda indipendenza reale, come si vede ad esempio nel Sahel.

Caratterizziamo lo Stato Spagnolo come borghese ed imperialista, occupante di nazioni oppresse e colonie, con uno Stato che dopo 40 anni di fascismo e la falsa transizione, non ha rotto con il regime e ne ha mantenuto le strutture principali, quella giudiziara, le forze poliziesche di repressione, l’esercito, l’intelligence, la chiesa… senza alcuna epurazione, solo un cambio di nome o di facciata e le cariche sono rimaste occupate dagli stessi. Pertanto anche se non viviamo sotto una dittatura o un regime fascista, caratterizziamo come fasciste quelle strutture dello Stato, nonostante la democrazia borghese preveda altre istituzioni come il parlamento con le sue elezioni o certi tipi di libertà politiche, sociali o sindacali strappate al Regime con la lotta operaia e popolare durante la sua ristrutturazione.

Prove di questo sono l’uso sistematico del terrorismo di stato (GAL, BVE..)1 o la tortura, i tribunali speciali o (TOP, AN)2 o l’esistenza continua di prigionieri politici dal ’39 ad oggi. Riguardo ai prigionieri politici la nostra posizione è e sarà quella dell’amnistia totale, e lotteremo per renderla realtà.

Rispetto alle democrazie borghesi del centro imperialista o della semiperiferia crediamo che molte portino in sé un processo di fascistizzazione, definendo il fascismo non solo come lo definì Dimitrov alle sue origini – come dittatura terrorista degli elementi più reazionari, sciovinisti ed imperialisti del capitale finanziario – ma anche come la controrivoluzione permanente schierata dal capitaliasmo nella sua fase imperialista matura e agonizzante. Ovvero, definiamo il fascismo non solo come un tipo di Regime o una ideologia, ma anche come la fase e lo strumento usato da molti stati borghesi imperialisti per condurre la lotta di classe.

Questo implicitamente contiene una serie di caratteristiche, e poiché non possiamo nemmeno cadere nell’errore di chiamare fascista qualsiasi Regime, Stato o partito reazionario, è necessaria la visione dialettica della “analisi concreta di ogni realtà concreta”.

In questo senso proponiamo una lotta antifascista coerente con questa definizione lontana tanto da chi vede il fascismo solo in partiti o gruppi di “estrema destra” quanto da coloro che lo vedono ovunque e lo usano per squalificare tutto ciò che non rientra nella loro visione piccolo borghese.

Crediamo che anche nel Paese Basco il razzismo e i nuovi gruppi fascisti – alcuni spinti da “identitarismo basco” – che stanno iniziando ad alzare la testa debbano essere troncati alla radice.

Quanto alla definizione di nazione e alle sue differenze con i popoli o le regioni, si tratta di un dibattito ampio e complesso, anche all’interno del marxismo-leninismo, troppo per poterlo affrontare in questo testo; tuttavia naturalmente difendiamo il principio leninista del diritto all’autodeterminazione delle nazioni oppresse, inclusa la loro indipendenza e separazione totale dal suo oppressore e lottiamo per questo fino alla costituzione della Repubblica Socialista Basca. Ugualmente difendiamo il diritto del resto delle colonie e nazioni oppresse, tanto dagli Stati Spagnolo e Francese – Galizia, Catalogna, Canarie, Corsica, Bretagna – quanto nel resto del mondo.

Quadro di attuazione e soggetto politico

Per quanto esposto fin qui definiamo Euskal Herria, le sue sette Herrialdes, come ambito nazionale autonomo per lo sviluppo della lotta di classe e il popolo lavoratore basco come soggetto politico rivoluzionario. Concetto che, come diceva Argala, intende come lavoratore basco qualsiasi persona, indipendentemente dalla sua origine, genere, etnia, ecc. che vive e lavora in EH. Capiamo l’importanza dell’obiettivo di aggregare alla lotta e all’organizzazione la classe operaia migrante, che nella maggior parte dei casi svolge i lavori con più alto sfruttamento e le peggiori condizioni di vita. Concetto, quello di popolo lavoratore basco, che comprende la somma della classe operaia insieme ai settori popolari della piccola borghesia, contadini, pescatori, artigiani, lavoratori autonomi… Settori che molte volte vivono situazioni economiche dei salariati dell’aristocrazia operaia, che godono di alti stipendi e qualità della vita. Inoltre contadini e pescatori appartengono ad un settore primordiale come quello primario e in più hanno un peso importante a livello culturale ed identitario nazionale.

Diamo un’importanza vitale alla lotta delle donne lavoratrici per l’emancipazione dalla doppia oppressione come lavoratrice e come donna causata dal carattere patriarcale mantenuto strutturalmente dal capitalismo.

Escludiamo dal popolo lavoratore basco la borghesia basca, anche se nazionalista, le forze della repressione, i funzionari con ruoli di oppressione sociale o nazionale e i fascisti, anche se operai.

Di fronte a loro si posizionerà il proletariato basco, poiché crediamo che gli insegnamenti del marxismo su questa classe siano ancora validi, che più organizzato e unito e senza nulla da perdere guiderà e dirigerà la lotta rivoluzionaria attraverso il Partito Comunista.

Come diceva Argala, “ciò che condividiamo con gli operai di Spagna o Francia non è l’appartenenza alla stessa nazione, ma quella alla stessa classe sociale”. E come diceva Txabi Etxebarrieta, “la situazione di oppressione nazionale e sociale crea una classe operaia dotata di una coscienza nazionale di classe”.

Non ci interessa una indipendenza nella quale ci liberiamo dalla Spagna e dalla Francia ma non dallo sfruttamento capitalistico. E nemmeno capiamo una rivoluzione sociale che ci liberi dal capitale senza che possiamo essere liberi come nazione. È una lotta simultanea e dialettica. Prima del nazionalismo basco borghese o del socialismo statalista, rappresentiamo il patriottismo rivoluzionario internazionalista e antimperialista basco. Riteniamo la lotta rivoluzionaria basca come parte della lotta rivoluzionaria internazionale per il socialismo e la liberazione nazionale dei popoli di tutto il mondo.

Pertanto la possibilità di una unione futura con altri popoli si potrà realizzare con Repubbliche ugualmente socialiste o popolari in forma di confederazione o di federazione. Fuggiamo dal repubblicanismo socialista statalista che offusca ogni nazione formano una unica Repubblica-Stato-Nazione Spagnola o Francese.

Il dibattito storico all’interno del movimento comunista internazionale e la lotta contro il revisionismo in tutte le sue forme

Proponiamo una definizione ed una demarcazione chiara riguardo la “lotta di linee o posizioni all’interno del Marxismo” in cui non abbia spazio né il nazionalismo sciovinista piccolo borghese né il falso socialismo postmoderno o indefinito. Ci definiamo comunisti e in quanto tali pratichiamo una difesa ferrea delle posizioni Marxiste-Leniniste basate sul materialismo dialettico e storico, e di lotta contro il riformismo, l’opportunismo e il revisionismo in tutte le sue forme. Difendiamo la validità delle teorie di Marx, Engels e Lenin.

Difendiamo la corretta applicazione delle stesse da parte di Stalin e dell’URSS fino al 1956 e difendiamo le esperienze del socialismo reale sviluppate in tutto il mondo fino alla loro caduta o al loro passaggio al revisionismo.

Allo stesso modo difendiamo le teorie leniniste sulla combinazione della lotta anticoloniale ed antimperialista con la rivoluzione socialista fino a trasformare l’una nell’altra, come in Vietnam, Cina, Corea…

Ugualmente difendiamo le teorie di trasformazione della guerra civile antifascista in rivoluzione socialista come avvenuto in Albania.

Rivendichiamo le figure, con i loro successi ed i loro errori, di comunisti come Ho Chi Minh, Enver Hoxha, Dimitrov, Che Guevara… o quelle di rivoluzionari antimperialisti come Thomas Sankara, Amilcar Cabral…

Crediamo che del blocco socialista rimanga in piedi soltanto la RPD di Corea, con tutti i suoi “però” e le sue peculiarità. Non possiamo identificare Cuba, Cina o Vietnam come paesi socialisti così come li intendiamo nel marxismo-leninismo a causa della loro economia mista e del revisionismo dei suoi partiti dirigenti, ma mantengono comunque certe posizioni o strutture socialiste che fanno in modo che non siano nemmeno paesi capitalisti tradizionali. Idem per la Bielorussia. Pertanto dobbiamo agire dialetticamente nei loro confronti e mentre ne critichiamo certi errori o processi, li difendiamo davanti all’imperialismo, come per i processi popolari di Venezuela o Nicaragua.

Non possiamo dilungarci rispetto ad errori di Mao od Hoxha per esempio, né nelle lezioni ricavate da tutti questi processi.

Condanniamo tutti i processi di frammentazione come il XX congresso del PCUS o la quarta internazionale. Combattiamo il Trockismo, l’Eurocomunismo, il “marxismo occidentale” il “rossobrunismo”, il postmodernismo o tendenze e figure come quella di Negri, la scuola di Francoforte, ecc.

Allo stesso modo critichiamo un certo dogmatismo Maoista (M-L-M) o “Hoxhista”.

Come per altre sezioni è molto difficile condensare tutto ciò che sarebbe possibile elaborare in merito qui, però crediamo che sia sufficiente per fare vedere chiaramente il quadro teorico in cui si posiziona questo progetto.

Esperienze M-L in EH. Cosa rivendichiamo?

È necessario analizzare quali processi, organizzazioni o progetti comunisti debbano essere rivendicato o riscoperti.

Per prima cosa constatiamo che attualmente non esiste alcuna organizzazione o partito m-l a livello di tutto il Paese Basco, perchè altrimenti questo progetto non avrebbe senso, qui non si tratta di contribuire all’atomizzazione, né alla creazione di piccoli spazi per questioni di incompatibilità personali o di ego, né di ampliare la “zuppa di sigle” già esistente. Crediamo che le organizzazioni comuniste esistenti in EH o sono piccole organizzazioni di carattere locale, come la nostra, alle quali estendiamo un invito al dibattito e al progetto, o hanno un carattere statale e un quadro di azione statale e non sono marxiste-leniniste.

Tutto questo con il rispetto per quelle organizzazioni comuniste con carattere Statale e con alle spalle anni di lotte e repressione, e con il rispetto e la fraternità con organizzazioni basche che pur non essendo M-L fanno un buon lavoro antirepressivo, popolare, antimperialista, antifascista o indipendentista. Con tutte queste organizzazioni speriamo di continuare ad unire le forze e collaborare.

Quanto all’esperienza storica, sì, crediamo che ci siano esperienze ed organizzazioni e pocessi dei quali rivendicarsi continuatori. La prima, da cui partiamo, è la Federazione Comunista Basco-Navarra dei primi anni ’30, dissolta con la creazione del PC di Euskadi nel 1935. Crediamo che questa organizzazione raccolse correttamente i fondamenti del marxismo-leninismo e le indicazioni dell’Internazionale Comunista nella famosta lettera di Manuilsky che indicava ai compagni baschi “l’obiettivo del Partito Comunista deve essere quello di creare sulle rovine dello Stato Spagnolo la libera federazione iberica delle repubbliche operaie e contadine di Catalogna, Paese Basco, Spagna, Galizia e Portogallo”. Assumiamo la loro linea indicata nel documento piattaforma del 1933 che iniziava così: “La federazione comunista di Euskadi, (…) invita le masse popolari basche a lottare rivoluzionariamente contro il potere imperialista spagnolo ed i suoi agenti infiltrati nel movimento nazionalista basco, che servono gli interessi dei capitalisti baschi alleati del potere imperialista della Spagna, con la seguente piattaforma rivoluzionaria di lotta per la vera liberazione di Euskadi”.

Rivendichiamo ugualmente i comunisti ed i rivoluzionari che diedero originie ed hanno partecipato al Movimento di Liberazione Nazionale Basco fino alla fine. Figure come i fratelli Etxebarrieta o Argala, che diedero vita ai dibattiti della V assemblea e quello che fecero per identificar il soggetto politico, il quadro nazionale di azione, le strategie, ecc.

Inoltre, una menzione per i tentativi di riunificazione comunista all’interno del MLNB, l’ultimo dei quali portato avanti da EHK. Consideriamo molto prezioso il loro completissimo archivio documentale, dal quale ci nutriamo spesso per la nostra formazione ed il nostro studio.

Allo stesso modo rivendichiamo i comunisti baschi che hanno dato la loro libertà e la loro vita all’interno di organizzazioni statali come Kepa Crespo o Martin Eizaguirre (PCE(r)), ecc.

Sono molti i nomi di eroici comunisti e gudari3 nella nostra storia e fino ai nostri giorni che potremmo nominare e dei quali ci consideriamo continuatori.

Raccogliamo ugualmente la lunga storia e tradizione di lotta nazionale per la nostra sovranità ed indipendenza nazionale da battaglie come quella di Orreaga nel 778 fino ai nostri giorni.

Pensiamo anche che manchi un forte e valido processo di critica e di autocritica verso tutti gli errori commessi in tutti questi processi storici che abbiamo menzionato e rivendicato, ovvero che rivendichiamo ma che critichiamo per i loro errori o per come sono terminati, al fine di non commetterli nuovamente, mantenendo un processo di verifica della linea e del cammino corretto da seguire.

Lotta operaia

Euskal Herria ha una forte tradizione storica di lotta e coscienza operaia. A causa della sua forte industrializzazione ha sempre avuto un proletariato numeroso e combattivo.

Come esempio portiamo gli scioperi del 1890, 1903, 1917 o lo sciopero dei minatori del 1962 che diede il via a più di 600 scioperi nel Paese Basco Meridionale in quel decennio. Lotte forti e costanti in settori proletari importanti come quello minerario o siderurgico, lotte attraverso gli anni alla Altos Hornos de Vizcaya o all’Euskalduna, battaglie arrivate fino agli anni ’90, fine di un ciclo storico di lotte operaie tanto in E.H. Quanto a livello mondiale, con il cambio di epoca seguente alla caduta del blocco socialista, l’evoluzione del capitalismo alla sua fase neoliberale e la sconfitta per la classe operaia che questo passaggio ha significato, e che dura fino ai giorni nostri.

Tutto questo movimento operaio di Euskal Herria è ciò che bisogna mettere in piedi, dando per assodato che come abbiamo detto viviamo in una nazione senza Stato del centro imperialista e che tanto la borghesia quanto una parte importante della classe operaia gode di un tenore di vita dovuto all’estrazione di plusvalore dal sud globale. Questo crea una aristocrazia operaia con salari alti, grazie ai quali è stata comprata la loro passività, soprattutto quella delle burocrazie sindacali, e crea alienazione e conformismo nella maggioranza dei lavoratori, il che rende difficile i tentativi di radicalizzarne le idee o stimolarne l’appoggio alle cause rivoluzionarie. Senza capire che questa è la realtà potremmo cadere facilmente in una frustrazione sterile o in deviazioni “di sinistra” o sindacaliste/improntate ai diritti.

Rimane tuttavia una coscienza operaia o quantomeno sindacale, vedendo come più del 50% degli scioperi dell’intero Stato Spagnolo oggi siano convocati in questa piccola nazione.

È ugualmente necessatrio tenere conto di due processi. Uno quello di deindustrializzazione avviato negli anni ’80, che ha smantellato il tessuto industriale e con quello il proletariato manifatturiero e minerario e trasformandolo nel settore dei servizi, con i cambiamenti a livello di coscienza di classe che questo comporta. Il secondo processo parte con la crisi del 2008, nel quale una gran parte del piccolo commercio si è visto rovinato e ha chiuso, finendo tra i salariati. Ovvero da una parte è diminuito il peso del proletariato produttivo, essendo stato delocalizzato nelle periferie globali, mentre dall’altro è cresciuta la classe lavoratrice salariata perché una parte della piccola borghesia commerciante vi è stata trascinata dentro.

Tattica, strategia e obiettivi

Il nostro obiettivo come organizzazione comunista è quello della rivoluzione socialista, della presa del potere da parte della classe lavoratrice, l’imposizione alla borghesia della dittatura del proletariato e, tramite la democrazia popolare, garantire una Repubblica Socialista Basca riunificata e di lingua basca. La nostra strategia è di accumulare le forze mediante la creazione del Partito Comunista di tipo Leninista, e di quadri rivoluzionari che organizzino il proletariato ed i settori popolari. Questo si organizzerà mediante il centralismo democratico. Non crediamo nella formula menscevica, trockista o socialdemocratica del partito di massa.

Crediamo che sia di importanza strategica la formazione teorica di questi quadri e la sua dimostrazione rivoluzionaria nella prassi. Senza teoria rivoluzionaria non c’è pratica rivoluzionaria, senza una linea politica corretta non ci può essere una prassi corretta. Non vogliamo cadere nell’attivismo sterile o nello spontaneismo innocuo. Per questo è vitale l’elaborazione di un programma politico che includa tanto il programma minimo per l’unità popolare rivoluzionaria e l’indipendenza nazionale, quanto il programma socialista per la presa del potere e la costruzione del socialismo. L’obiettivo immediato è quello di scuotere la società, rompere la sua alienazione e politicizzare ed organizzare le masse lavoratrici con l’esempio.

Come metodi di lotti adotteremo tutti quelli che riteniamo necessari ed utili per raggiungere gli obiettivi politici.

Come detto viviamo nel centro imperialista, pertanto crediamo che la possibilità di una rivoluzione socialista o i processi di liberazione nazionale siano più probabili nella periferia o nella semiperiferia, ma sarebbe assurdo cadere nel disfattismo per cui qui non ci sia nulla da fare a parte aspettare che scoppi la rivoluzione altrove. Qui dobbiamo lottare dal ventre dell’imperialismo per sconfiggerlo, per sconfiggere gli stati nostri oppressori. È pertanto una questione strategica la distruzione degli stati imperialisti spagnolo e francese, così come del resto delle istituzioni imperialiste alle quali siamo sottomessi, come UE e NATO, e combatteremo questa battaglia insieme alla classe operaia dei popoli da loro sottomessi.

Non subordiniamo la nostra lotta al trionfo della rivoluzione negli Stati Spagnolo o Francese, ma seguendo gli insegnamenti leninisti dello sviluppo inuguale delle nazioni e della loro coscienza, la rivoluzione comincerà nei suoi (dell’imperialismo, ndt) punti più deboli e la lotta condotta in Euskal Herria per decenni, così come la sua coscienza nazionale di classe lo rende uno dei punti deboli dell’imperialismo spagnolo, francese ed europeo.

Siamo tuttavia coscienti che non ci permetteranno di condurre con le buone la lotta per il socialismo, e nemmeno in forma legale quella per l’indipendenza mediante il diritto all’autodeterminazione, come ben dimostrato dal “processo Catalano”. Sarà una rivoluzione vittoriosa e il crollo delle istituzioni sovranazionali a renderlo possibile. Per questo è importante stabilire relazioni internazionaliste con organizzazioni e partiti rivoluzionari nel mondo, soprattutto coloro con i quali abbiamo obiettivi di lotta comune contro la NATO, l’UE o gli Stati Spagnolo e Francese.

Sulle questioni tattiche, proponiamo per esempio il recupero delle Batzarres come forma di assemblea popolare o soviet baschi e come rappresentazione rivoluzionaria del popolo lavoratore basco. Crediamo sia necessario creare da subito un contropotere popolare dal quale adottare forme di organizzazione popolare che contengano il germe di quello che sarà il nuovo potere.

Senza essere di per sé astensionisti, non vediamo come utile la partecipazione elettorale nel nord imperialista globale, soprattutto nello Stato Spagnolo con le sue istituzioni e leggi fasciste, come quella sui Partiti. Se ci saranno le condizioni o opzioni per farlo in una maniera utile per la classe operaia non scartiamo la partecipazione a priori, ma la scartiamo in quanto opzione strategica per le condizioni attuali. Oggi entrare nel circo elettorale non porta nulla di più che l’inganno.

Per concludere

Vogliamo dire infine che questo testo è una sintesi e che ciascuno dei temi esposti ha molta più complessità e che ci sono tematiche che non abbiamo trattato. Tutto questo lo faremo in analisi e testi futuri. Anche così crediamo però che questo programma fornisca alla nostra organizzazione una base teorica solida da cui partire per esercitare una prassi rivoluzionaria e che inoltre ponga pubblicamente una proposta unitaria rispetto alla necessaria creazione di un’organizzazione per i marxisti-leninisti di Euskal Herria. Per questo da ora cambiamo il nostro nome da Bultza Herri Ekimena a BULTZA (EHM-L), ritenendolo più consono a questa nuova fase e ai suoi obiettivi.

Invitiamo tutti e tutte coloro che siano disposti ad organizzarsi intorno al progetto o che vogliano portare contributi o critiche costruttive a rivolgersi a noi di persona per coloro che ci conoscono personalmente e tramite l’indirizzo mail bultzaehml@protonmail.com o tramite social network a coloro che non ci conoscono.

Speriamo di aver dato il via con questo lavoro ad una iniziativa con la quale incontrare persone disposte a fare un passo avanti e a mettersi in gioco per la lotta e la resistenza. Il materialismo dialettico e storico ci insegna che la ruota della storia ci conduce alla fine dell’imperialismo ed al socialismo, ma questi non verranno da soli. Mentre si accumulano le condizioni oggettive, dobbiamo creare le condizioni soggettive per farlo, e come marxisti-leninisti la principale di queste condizioni è il Partito.

JO TA KE IRABAZI ARTE

SOCIALISMO O BARBARIE, PATRIA O MUERTE. VENCEREMOS

BULTZA (EHM-L)

  1. GAL (Grupos Antiterroristas de Liberacion) e BVE (Batallon Vasco Espanol) sono state organizzazioni paramilitari operanti durante e dopo il franchismo nel Paese Basco con l’obiettivo di colpire militanti veri o presunti di ETA e dell’indipententismo abertzale basco. ↩︎
  2. TOP (Tribunal de Orden Publico) e il suo successore AN (Audiencia Nacional) sono tribunali speciali centralizzati negli anni incaricati di giudicare i militanti di organizzazioni rivoluzionarie. ↩︎
  3. Gudari, letteralmente combattente, guerriero, è il nome con cui vengono solitamente chiamati gli indipendentisti baschi. ↩︎