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Dall’autunno nelle piazze all’inverno della repressione

Come scritto più volte un po’ ovunque, e anche su questo spazio, l’autunno passato è stato caratterizzato da un livello di mobilitazione inedito, almeno negli ultimi 15 anni. Ho avuto modo nei mesi scorsi di parlare anche di come lo Stato, inteso come garante del sistema capitalistico e non necessariamente come emanazione del governo in carica, abbia intelligentemente “gestito” il momento di difficoltà e il temporaneo riequilibrarsi dei rapporti di forza in favore delle masse lavoratrici lasciando in piazza molta più libertà di quanto ci si potesse aspettare, visti i precedenti di due anni di mobilitazioni per la Palestina, usando la forza solo per difendere nodi vitali dell’economia di guerra (snodi logistici, sedi Leonardo, ecc.) e rimandando la repressione ad un secondo momento, caratterizzato magari da un calo dell’attenzione sul tema Palestina.

Attenzione che è calata già dai primi giorni successivi all’entrata in vigore di un cessate il fuoco che cessate il fuoco non è, visto che bombardamenti ed uccisioni continuano, ma che nella società mediatica in cui viviamo è stato fatto passare a reti unificate come la “fine del massacro”, senza possibilità di controbattere da parte delle organizzazioni di classe che nel campo di battaglia mediatico sono semplicemente disarmate.

Il come e perché manifestare, al di fuori dei ristretti circoli di militanti, sia visto sempre più come un momento mediatico, con un inizio ed una fine precisi, senza bisogno di dargli continuità, è una tematica sicuramente interessante e che magari in un futuro analizzerò, ma in questo frangente è secondario.

Tornando alla questione della repressione, dicembre ha rappresentato concretamente un salto di qualità enorme rispetto agli arresti ed alle perquisizioni che hanno attraversato ottobre e novembre come prima rappresaglia contro quei compagni e quelle compagne che hanno osato provare ad organizzare la solidarietà internazionalista in un qualcosa di più grande ed omogeneo, ma che soprattutto potesse incidere sui rapporti di forza anche in Italia. Dicembre ha visto infatti prima lo sgombero di Askatasuna, da decenni spina nel fianco dello Stato e motore delle mobilitazioni torinesi per la Palestina, seguito il 27 dall’operazione che ha portato in carcere nove persone con l’accusa di aver finanziato Hamas.

Non parlerò qui delle basi legali del caso, riassunte qui e qui e già in parte smontate in tribunale. Mi limito ad osservare che da sempre chi vive all’estero finanzia, in modo più o meno esplicito, movimenti armati nel proprio paese d’origine: le comunità irlandesi negli Stati Uniti sono state una fonte importante di soldi ed armi per l’IRA, le Tigri Tamil hanno potuto sempre contare sul supporto dei Tamil indiani, il PKK curdo ha beneficiato della diaspora del suo popolo in Europa, e così via. Si tratta di esperienze molto diverse tra loro e con parabole diverse, ma sempre ascrivibili a movimenti di autodeterminazione, se non di vera e propria Resistenza. Per questo motivo più che discutere degli aspetti legali del caso è importante sottolinearne la natura politica, da una parte rifiutando la subalternità del governo e della magistratura italiana al sionismo, dall’altra rivendicando nuovamente la legittimità della Resistenza del popolo Palestinese e quindi anche la legittimità per i Palestinesi che vivono lontano dalla loro terra di contribuire materialmente alla liberazione del proprio popolo.

A chiudere, almeno temporaneamente, il cerchio della repressione, venerdì scorso è arrivata la sentenza di condanna per Anan Yaeesh a 5 anni e 6 mesi.

Possiamo avere la certezza che l’ondata repressiva non solo non si fermerà qui, ma crescerà ulteriormente, tra nuovi conflitti e nuovi pacchetti sicurezza già annunciati dal governo. Per non soccombere all’inverno della repressione che ha seguito l’autunno di lotta è fondamentale cercare e rilanciare quell’opera di ricompattamento delle classi lavoratrici dietro a parole d’ordine chiare, prima delle quali deve necessariamente essere la solidarietà nei confronti di tutte e tutti coloro che si trovano indagati, denunciati o incarcerati a causa della loro opposizione a guerra e genocidio. Solo così potrà tornare in primavera a rifiorire la rivolta.


Un bilancio delle piazze per la Palestina, ad un mese dalle giornate del 3-4 ottobre

Un mese fa, con lo sciopero del 3 ottobre e la piazza di Roma del giorno dopo, il movimento di solidarietà con il popolo palestinese ha raggiunto una dimensione di massa che in Italia non si vedeva da almeno una ventina d’anni, dalle oceaniche manifestazioni contro l’invasione dell’Iraq a guida USA ma con l’entusiasta partecipazione, tra gli altri, dello stato italiano.

La novità della mobilitazione, come detto da più parti, è stata nella sua capacità di abbandonare la forma rituale di piazza del presidio/manifestazione/corteo, preferendo invece un conflitto praticato e non più rappresentato, fatto di blocchi a porti, aeroporti, stazioni ferroviarie, autostrade.

Oltre al risultato concreto di aver impedito la partenza di alcuni carichi di merci destinati alla macchina genocida sionista, allargando lo sguardo è possibile apprezzare come lavoratori e lavoratrici siano riusciti per la prima volta da anni ad incidere in modo pesante sulla produzione di valore, che in questa parte di mondo è legata a doppio filo alla circolazione delle merci.
Il risultato è stato quello di costringere lo stesso governo a bloccare alcune spedizioni di materiale bellico, e addirittura di forzarlo ad una parziale apertura riguardo al riconoscimento dello stato Palestinese, che – al netto del significato perlopiù simbolico del gesto e delle ridicole condizioni poste da Meloni, Tajani e compagnia cantante per attuarlo – è comunque un passo considerevole da parte di uno dei governi più sionisti al mondo, ed uno sicuramente fatto controvoglia.

Se la mobilitazione italiana è stata sicuramente la più conflittuale e concreta, anche nel resto del mondo occidentale il periodo che va dalla fine di agosto fino all’inizio di ottobre ha visto sempre più persone scendere in piazza, in manifestazioni spesso oceaniche, per chiedere la fine del massacro, in molti casi sfidando limitazioni e divieti al diritto di manifestare imposti in nome di un presunto “antisemitismo”, etichetta ormai affibbiata a qualsiasi legittima critica dell’entità sionista.

Pur se iniziato con una spinta puramente umanitaria, è innegabile che questo movimento stesse poco alla volta prendendo coscienza politica, grazie al lavoro paziente di tanti compagni e compagne che sono riuscite a collegare la solidarietà con la Palestina alla tematica del rifiuto della guerra e della sua economia.

Guardando all’Italia poi, è bene notare come per la prima volta da decenni sia stata incrinata l’equiparazione tra legalità e legittimità: quando durante le manifestazioni si sono verificati scontri tra manifestanti e polizia, o danni alla proprietà privata, nonostante l’immancabile condanna di tutto l’arco politico e della stampa, si è visto come sia mancata l’indignazione collettiva. Il “rifiuto di ogni violenza” o quel “così si passa dalla parte del torto” sentito tante volte dopo una manifestazione a questo giro, evidentemente anche davanti alle proporzioni tra qualche doverosa azione di sabotaggio e il massacro indiscriminato protrattosi per oltre due anni, non solo è venuto meno, ma ha lasciato il posto da qualche parte anche a giustificazioni parziali.

Certo non è stato tutto rose e fiori – ricordiamo su tutti l’episodio dei compagni a volto coperto attaccati proprio a Roma il 4 ottobre, con grande giubilo dei media che hanno parlato di “cacciata” – ma si sono visti dei passi nella giusta direzione di rottura del nesso il-logico ormai radicato nella popolazione per cui solo cio che è legale è legittimo.

È quindi anche sotto questa luce che va vista l’accelerazione data dagli USA alla conclusione di un accordo per una tregua, arrivata proprio a pochi giorni dalla manifestazione del 4 ottobre: in quel frangente si è presentata per il capitalismo occidentale la necessità di soffocare sul nascere un movimento che partendo dalla solidarietà internazionalista rischiava di espandersi e generalizzarsi, mettendo a repentaglio la stabilità di un sistema che tra venti di guerra e crisi irreversibile della sua economia non può permettersi passi falsi.

Va detto che anche solo parlare di tregua è eufemistico: Israele continua a bombardare e uccidere, ma soprattutto hanno preso ancora più vigore le operazioni di pulizia etnica guidate dai coloni in Cisgiordania. Nonostante questo, era necessario per il capitalismo a guida USA poter sbandierare la “fine della guerra” per spegnere la spinta a scendere in piazza di milioni di persone in tutto l’occidente, tesi prontamente sostenuta da tutti quei media che a malincuore erano stati costretti ad aprire gli occhi e iniziare a documentare – per quanto in modo annacquato – il genocidio.


Nel frattempo, spentisi i riflettori, la repressione ha ricominciato a fare il proprio lavoro: denunce e perquisizioni a raffica in tutta Italia hanno colpito i compagni presenti in piazza in quei giorni, con ipotesi di reato tra le più varie. Da nord a sud, scuole occupate in solidarietà con il popolo palestinese hanno visto attacchi di squadracce fasciste (ne scriverò più avanti). Lo Stato si sta servendo quindi di tutti i mezzi a propria disposizione, legali e illegali, per fiaccare un movimento che ha davanti a sé la prova del nove.

Il 28 novembre è stata proclamata una giornata di sciopero generale, con manifestazione nazionale il 29 a Roma. È uno schema che chiunque faccia militanza politica ha visto riproporsi, con diverse parole d’ordine, ogni anno all’arrivo dell’autunno, a volte anche con date e appuntamenti in conflitto tra loro da parte di sigle diverse del sindacalismo di base. È però anche lo stesso schema del 3 e 4 ottobre, dell’enorme capacità di mobilitazione che la classe lavoratrice italiana ha dimostrato di avere in quella circostanza e anche dell’incisività dello sciopero sui flussi di merci e persone, sulla produzione, sull’intera economia nazionale.

È presto per dire come andranno quelle giornate, si può però ipotizzare che tanto lo sciopero quanto il corteo vedranno una partecipazione sensibilmente ridotta rispetto ad inizio ottobre, per una miriade di fattori (il “costo” dello sciopero con il carovita che morde, il silenzio in cui la “tregua” ha fatto cadere il dibattito sulla Palestina, forse anche il fattore climatico), ma se non sarà limitata al consueto giro “militante” il sindacalismo di base dovrà essere necessariamente considerare la mobilitazione un successo, direttamente proporzionale alla misura in cui sarà riuscito a costruire una continuità dialettica con la classe operaia e le sue necessità.

Sarà imperativo però già dal giorno dopo mettersi al lavoro per dare una forma più unitaria possibile ad una piattaforma rivendicativa in grado di esprimere i bisogni di lavoratori e lavoratrici, superando settarismi e divisioni varie.

Pur non nutrendo particolari simpatie per USB e per il suo a volte spregiudicato opportunismo sulla questione palestinese (soprattutto per il comportamento in piazza a Roma il 30 novembre del 2024) bisogna riconoscere alla sua organizzazione di aver dato il via a questa stagione di mobilitazione, con lo sciopero del 22 settembre e con la sua presenza nei centri nevralgici della logistica di guerra, ovvero porti ed aeroporti; ha poi avuto la capacità grazie agli stretti rapporti con altre organizzazioni di allargare la portata della protesta fino ad investire la dimensione di massa vista fino a poche settimane fa. Certo, non c’è stata solo USB e questa affermazione non vuole assolutamente mettere a tacere il contributo fondamentale, oltre che delle centinaia di assemblee, collettivi e centri sociali che hanno partecipato e spinto le piazze di tutta Italia, delle organizzazioni della diaspora palestinese, su tutte i giovani palestinesi che pur con mille contraddizioni hanno il merito di non aver mai voluto ridurre la questione al piano strettamente umanitario, rivendicando sempre il sostegno alla Resistenza palestinese e alla necessità di praticare la Resistenza anche qui. È innegabile quindi come, in questo momento, alla testa della mobilitazione con le organizzazioni palestinesi ci sia USB, che ha quindi l’onere di doverla guidare verso un programma politico che sia in grado di collegare idealmente Palestina e Italia, contro la guerra e il sistema capitalista che le causa.