In questi giorni sta infuriando il dibattito rispetto agli scontri tra polizia e manifestanti di sabato scorso a Torino. Sui fatti specifici ci sono le immagini, e chi non le ha viste è bene che lo faccia, ma è inutile commentare oltre. Lo scontro con la polizia, quando avviene in quel modo, è una precisa scelta politica, che ha fatto il suo corso in assemblee per forza di cose a ranghi ridotti, ma che mantiene una sua legittimità “di massa” rispetto al corteo, specie vedendo il numero di persone che si sono assunte quella scelta. E che la pagheranno molto cara, per cui a loro va tutta la solidarietà del caso.
Dal giorno dopo sono scattati i paternalismi: la violenza non è la soluzione, così si cancella la bella manifestazione di sabato, così si apre la strada al nuovo decreto sicurezza – che il governo aveva in realtà già in programma, semmai si sono velocizzati i tempi – e ogni tipo di condanna e dissociazione che ha riportato la sinistra istituzionale al suo posto, ovvero al fianco della destra nella repressione delle classi popolari, e che ha messo anche una serie di organizzazioni di movimento nella scomoda posizione di dover prendere le distanze. Meglio, via le maschere.
Il fascismo è prima di tutto un movimento reazionario di massa, e chiunque frequenti oggi un qualsiasi spazio – che sia il bar, l’autobus, il posto di lavoro – non può non rendersi conto che per quanto scarsa sia la fiducia nella democrazia borghese, la maggior parte della popolazione, votante e non, approva in qualche modo l’impianto ideologico e l’operato di questo governo. In questa dinamica che vede ampi settori delle classi subalterne dare legittimità e forza al fascismo di governo è naturale che ogni singola organizzazione della sinistra rivoluzionaria, anarchica ed antagonista, e il movimento in generale, si trovi più che mai con le spalle al muro.
E quando non si può più arretrare è il momento di ricominciare ad avanzare, per quanto difficile possa essere. È quindi solo un bene che tra le compagne e i compagni ci sia chi inizia a porsi il problema di come togliere allo Stato il monopolio della violenza, anche solo momentaneamente.
La sfida è proprio qui: è fondamentale che le piazze ricomincino ad essere anche luogo di conflitto fisico, quando è possibile organizzarlo e gestirlo – per quanto gestibili possano essere queste situazioni – con l’obiettivo di abituare e riabituare chi partecipa alle manifestazioni all’idea che ogni volta che si scende in piazza non lo si fa per mettere una bandierina o pulirsi la coscienza, ma per produrre un avanzamento a nostro favore dei rapporti di forza, e che in questo momento è necessario che questo avanzamento si produca con ogni mezzo necessario, anche lo scontro.
Magari così in piazza finiremo col trovarci di meno, ma senza dissociati, o magari, grazie ad un altro livello di chiarezza ed organizzazione, di più e più forti.