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I comunisti e le elezioni

Nel momento in cui le varie anime del mondo comunista iniziano a pensare alle politiche 2027, un breve pensiero sulla questione

Tra poco più di un anno in Italia ci saranno le elezioni parlamentari, a meno che Giorgia Meloni con un colpo da prima Repubblica non dia le dimissioni per andare al voto prima ed evitare una ulteriore emorragia di voti verso Vannacci – o verso l’astensionismo.

Come sempre nella sinistra extraparlamentare, partiti vari, associazioni, segmenti di movimento si chiedono come fare per costruire l’alternativa “a sinistra”.

Da marxista-leninista non ritengo le elezioni uno strumento valido per raggiungere lo scopo che i comunisti si sono prefissati, ovvero l’abbattimento dello Stato borghese e la distruzione del sistema capitalista. Non mi metterò dunque ad analizzare le varie scelte fatte dalle diverse compagini sul cammino elettorale nello specifico.1

È innegabile però che perché sia possibile la costruzione di un’alternativa rivoluzionaria, c’è bisogno di una platea di massa a cui comunicare questa alternativa: con tutti i limiti del PCI – su tutti quello di esser stato, alla fin fine, l’argine della spinta rivoluzionaria invece che il suo ariete – è lampante come la stagione di lotte degli anni ’70 in Italia sia stata possibile anche grazie alla presenza del più grande partito comunista dell’Europa occidentale, della sua capacità di fare cultura e di istruire la classe operaia, contribuendo a renderla cosciente della sua condizione e ponendo le basi perché i settori più avanzati della classe operaia andassero ad occupare quello spazio politico fatto di radicalità delle lotte, di ripensamento dell’esistente che forse, ancora più della lotta armata in sé e per sé, è il più importante lascito politico di quella stagione.2

In quest’ottica diventa evidente come il rilancio di un ciclo di lotte in grado di durare nel tempo e di produrre risultati concreti nel conflitto tra capitale e lavoro non possa prescindere dalla presenza di queste idee su un piano di massa, e che la costruzione di questo piano di massa passa anche – nel nostro mondo iper mediatizzato – dall’esistenza di un contenitore politico con una connotazione chiara.

Parlo di contenitore politico e non per forza di partito perché una cosa deve essere chiara: l’obiettivo dei comunisti non può e non deve essere quello di eleggere rappresentanti nelle istituzioni per fare una battaglia di opposizione, ma eventualmente di sfruttare la rappresentanza per consolidare e rinforzare la posizione delle classi lavoratrici rispetto allo Stato e alla borghesia: in quest’ottica il risultato elettorale è assolutamente secondario3. Nella politica odierna però, con la sfiducia ai massimi storici e un astensionismo dilagante, il dialogo tra organizzazione e classe non ha bisogno del passaggio elettorale, anzi. Per questo mesi fa, in occasione degli scioperi generali per la Palestina, dissi che era USB, una sigla sindacale, ad avere a mio giudizio l’onere di porre la questione organizzativa.

Questo processo poi è stato avviato attraverso la Rete dei Comunisti e Potere al Popolo, se così si può dire “braccio ideologico” e “braccio politico” di una grossa fetta di USB, con un programma anche valido e in larga parte condivisibile, ma a mio giudizio con tempi e modalità sbagliati: troppo proiettati sulla competizione elettorale dell’autunno 2027, e troppo settario4.

Credo che per ridare forza all’alternativa rivoluzionaria in Italia sia oggi più che mai necessario mettersi d’accordo su poche e semplici cose, ponendosi solo in seguito la questione di come affrontarle nel concreto: in parte perché con i numeri che ha oggi il movimento comunista in Italia qualsiasi idea è di fatto impraticabile, e in parte perché credo fermamente nell’intelligenza collettiva della classe, che storicamente ha dimostrato di avere sempre la capacità di sviluppare gli strumenti di lotta adatti alla situazione che le si para davanti, come nota Jasper Bernes nell’apertura del suo articolo “Logistics, Counterlogistics and the Communist Prospect”.5

Una piattaforma ampia non vuol dire andare a cercare il PD, e nemmeno quei partiti satelliti del PD per fare una coalizione: prima ancora di affrontare la questione del posizionamento politico – ad essere buoni di centro – di queste formazioni, occorre dire che queste esistono solo in funzione delle elezioni, approfittando poi del diverso peso in termini di rappresentanza per fagocitare alla tornata successiva anche l’elettorato delle formazioni minori.

Quali debbano essere gli argomenti da mettere al centro per una alternativa comunista è secondo me evidente:

  • rifiuto di qualsiasi guerra imperialista, uscendo dalla logica del “folle Trump” e del “criminale Netanyahu” che assolve il resto dell’Occidente;
  • come naturale conseguenza, rifiuto non solo dell’economia di guerra, ma della società di guerra in cui ormai ci troviamo a vivere (scuola, informazione, cultura);
  • combattere il nazionalismo rimettendo al centro il conflitto di classe, recuperando quel concetto di patriottismo che la Resistenza aveva ben chiaro;
  • saldare i legami tra lavoratori italiani e immigrati contro la guerra tra poveri fomentata dalla borghesia e dai fascisti.

Questo ultimo punto è quello più importante: c’è chi vede l’avanzata di Vannacci nei sondaggi come un elemento positivo, che indebolirà la coalizione di destra attualmente al governo e potrebbe, alle prossime elezioni, mandare al potere il PD. Posto che un governo a guida PD tutto sarebbe meno che una buona notizia, è da vedere se Vannacci alla fine correrà da solo, o se la fondazione di un suo partito non sia piuttosto un modo per accaparrarsi delle poltrone nel grande gioco della spartizione post-elettorale.

Una cosa però è certa: il messaggio fascista, razzista e retrogrado di Vannacci non farà altro che spostare verso destra l’intero asse politico, in una corsa ad inseguire il consenso di una società sempre più individualista, frammentata e in difficoltà. I comunisti hanno il dovere di non cadere nella tentazione di scivolare anch’essi verso destra per recuperare qualche voto in più, mantenendo salda la propria posizione.

Per questo l’ultimo punto che ho elencato è anche il più importante, secondo me. Molti lavoratori sono contro la guerra, ma attribuiscono la colpa della propria miseria all’immigrato che vende accendini all’angolo della strada, e vedono con simpatia Vannacci, Salvini o chi per loro. L’unità di classe passa dalla ricostruzione dei legami orizzontali all’interno della classe, per questo è necessario che si affronti la questione dell’immigrazione in modo strutturale: dire “refugees welcome” non è più sufficiente, così come non è accettabile che la destra utilizzi in modo improprio il concetto marxiano di “esercito industriale di riserva”. Un’organizzazione di alternativa comunista deve avere oggi il coraggio di mettere al centro del proprio programma il superamento della rivalità tra lavoratori italiani ed immigrati che oggi vediamo ovunque, perché solo così si potrà ricostruire l’unità della classe e mettere le basi per un’alternativa rivoluzionaria in grado di dire no al sistema capitalista, alle sue guerre, alla miseria e la distruzione che impongono al proletariato.

  1. Questo non vuol dire che le varie scelte abbiano tutte pari dignità, anzi ↩︎
  2. Tante delle più importanti esperienze a livello di comitati di fabbrica, collettivi operai e simili è stato anche prodotto di fuoriusciti dal PCI ↩︎
  3. Rimane il fatto che il numero, in termini di voti, serve comunque a dare l’idea di quanto la costruzione di un’organizzazione comunista stia funzionando, ma l’obiettivo principale dovrebbe essere intercettare le masse cadute nell’astensionismo, anche senza riportarle necessariamente al voto ↩︎
  4. Nel senso in cui di fatto il perimetro dell’assemblea del 14 Giugno a cui fa riferimento il link nell’articolo è definito a priori, e in larga parte anche il programma: non ho seguito i lavori, ma so per esperienza che chi si fosse presentato con l’idea di proporre cambiamenti alla piattaforma proposta sarebbe rimbalzato contro un muro di gomma, da cui la mia definizione di modalità settarie ↩︎
  5. In particolare il seguente passaggio, che cita direttamente Marx: There is no need to play teacher to the working class, Marx tells his friend Arnold Ruge: “We shall not say, Abandon your struggles, they are mere folly; let us provide you with the true campaign-slogans. Instead we shall simply show the world why it is struggling, and consciousness of this is a thing it will acquire whether it wishes or not.” The final turn in this formulation is crucial, since it implies that the knowledge theory provides already abounds in the world; theory simply reflects, synthesizes and perhaps accelerates the “self-clarification…of the struggles and wishes of an age”. Theory is a moment in the self-education of the proletariat, whose curriculum involves inflammatory pamphlets and beer-hall oratory as much as barricades and streetfighting ↩︎

La guerra di classe della logistica

Lo scorso 11 marzo la Commissione di garanzia per gli scioperi, prodotto dell’infame legge 146/1990, ha determinato che la logistica deve essere considerata “servizio essenziale” e per questo motivo deve essere sottoposta a limitazioni del diritto di sciopero. Questa decisione non è un fulmine a ciel sereno, ma anzi va letta in continuità con tutto quello che è successo negli ultimi 15 anni in questo settore, con una accelerazione determinante dal 2020 in poi: già durante l’emergenza pandemica infatti la logistica era stata individuata dallo Stato come uno di quei settori “essenziali” in cui i lavoratori avrebbero dovuto continuare ad andare nei magazzini, con DPI spesso inesistenti o inadeguati, per permettere agli altri di continuare a consumare merci e consentire il funzionamento – anche se al minimo – della macchina economica capitalista.
Il profitto, d’altronde, è l’unica cosa sacra per questo sistema.


Le lotte e gli scioperi che si sono sviluppate nei magazzini durante il biennio 2020-2021 hanno certificato un aumento impressionante della conflittualità di un settore che i sindacati di base avevano già identificato come strategico per il capitalismo occidentale, ma che fino a quel punto era rimasto confinato a ambiti geografici o vertenziali specifici, visto anche l’alto grado di ricattabilità dei lavoratori, per la maggior parte immigrati il cui permesso di soggiorno è legato appunto al fatto di avere un lavoro.

Di pari passo ha accelerato la repressione, dentro e fuori dalle aule di tribunale: oltre al caso più eclatante, quello che ha visto Adil morire travolto da un camion durante un picchetto ad un magazzino – sei anni dopo Abdel Salaam – sono innumerevoli i casi di aggressioni e sgomberi violenti dei picchetti ad opera di vigilanza privata o, quando non è disponibile, direttamente da parte della polizia. Sul lato giudiziario sono troppe per essere contate le denuncie contro sindacalisti e operai con fattispecie di reato tra le più fantasiose: violenza privata, blocco stradale, fino ad arrivare all’associazione a delinquere, come nel caso dell’inchiesta di Piacenza che ha visto sei sindacalisti di USB e SiCobas finire agli arresti domiciliari.
Nella maggior parte dei casi le inchieste montate dalle procure si sgonfiano nel giro di poco tempo, ma intanto la gogna mediatica fa il suo corso, indebolendo la lotta dei lavoratori e permettendo magari ai sindacati confederali di entrare in queste aziende firmando i soliti accordi capestro in nome della concertazione e della pace sociale.

Il terzo elemento di questa escalation repressiva, dopo la violenza fisica e le inchieste giudiziare, è quello legislativo: proprio perché difficilmente le inchieste portano a delle condanne – nonostante la grande fantasia delle procure nell’imbastire i loro teoremi – è necessario creare nuovi reati per ottenere finalmente delle condanne e fiaccare la combattività degli operai della logistica. Dal governo Conte I in poi non c’è stato un pacchetto sicurezza che non abbia previsto l’inasprimento delle condanne per reati tradizionalmente legati alla conflittualità operaia, il blocco stradale su tutti.

Questi elementi tracciano un quadro abbastanza chiaro di come in un mondo occidentale in cui si produce ormai poco e nulla la chiave di volta del sistema risieda nella circolazione della merce, rendendo la logistica un settore cruciale dell’economia, che per questo motivo deve essere protetta ad ogni costo da blocchi anche temporanei.

E quanto sia importante la logistica è diventato evidente a tutti con gli scioperi dell’autunno scorso in solidarietà con la Resistenza Palestinese, che con le parole d’ordine “Blocchiamo tutto” ha concretamente messo in campo la capacità della classe operaia di fermare gli ingranaggi del sistema capitalistico, allarmando lo Stato che quindi corre ai ripari con misure come la pronuncia del Garante degli scioperi.
È stato evidente per i lavoratori e lavoratrici di ogni settore, che hanno riscoperto l’importanza dello sciopero come strumento di conflitto – anche se rimane da vedere quanto questa riscoperta si tradurrà in pratica continuativa – e in misura ancora maggiore per i lavoratori della logistica e i militanti della sinistra di classe, che ancora pochi giorni fa bloccavano a Pisa un treno carico di mezzi militari.

La classificazione della logistica come settore essenziale si porta dietro una gran quantità di argomentazioni assurde – riassunte nel comunicato del SiCobas riportato in apertura – ma indica anche una direzione per l’azione politica: è fondamentale rispondere a questo attacco repressivo non solo con la solidarietà e la denuncia di questa ulteriore torsione autoritaria, ma anche aumentando il ricorso alla pratica del blocco. La logistica non è solo quella dei magazzini alle periferie delle grandi città, ma è fatta anche di autostrade, ferrovie, porti, furgoni e via così: se lo sciopero diventa più difficile per i lavoratori della categoria dovranno essere gli altri settori a farsi carico delle azioni di blocco per continuare a colpire la borghesia dove è più vulnerabile e da lì (ri)costruire una conflittualità di classe che sia in grado di migliorare le condizioni di vita del proletariato, e strada facendo acquisire il livello di coscienza di classe necessario per poter davvero rimettere in discussione l’esistente.